ATTENZIONE
Su gentile richiesta degli attuali iscritti, lo Sharing Workshop è stato spostato a SABATO 17 Aprile.
Per chi non sapesse di cosa si tratta invito a leggere qui la descrizione dell’iniziativa che è gratuita ed aperta a tutti.
Chiunque è appassionato di fotografia, non importa il livello, è il benvenuto.
Ci sono ancora un paio di posti disponibili e chi volesse partecipare è invitato a scrivere a sharingworkshop@gmail.com .
Non esitare, sarà divertente.
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La cella - © Copyright 2010 Pega
Ville Sbertoli è un ex manicomio abbandonato nei pressi di Pistoia.
Tempo fa ero in zona ed andai a fare qualche scatto.
L’atmosfera è opprimente, forse meglio dire angosciante.
Non si vede anima viva. C’è silenzio. I passi risuonano.
Il manicomio era originariamente un complesso costruito attorno ad una bellissima villa seicentesca che nell’ottocento il Prof. Sbertoli decise di destinare a clinica privata per l’accoglienza di malati di mente appartenenti a famiglie facoltose. Ha svolto questa funzione per decenni, divenendo un centro di discreta importanza per il mondo della psichiatria in Italia ed Europa, fino alla definitiva chiusura dopo la legge per l’abolizione dei manicomi.
Quella nella foto è una cella di contenzione, nota lo spioncino sulla porta. Si trova in un edificio che, come se tutto il resto non bastasse, fu adibito dai nazisti a sezione di prigionia e tortura dei partigiani…
Era quasi l’imbrunire e non ho potuto (e voluto) trattenermi a lungo.
Aggirarsi da soli in questo complesso, muniti solo di una macchina fotografica ed un treppiede (neanche tanto affilato) non è un’esperienza del tutto piacevole…
In ogni caso…. ecco qui sotto altri scatti.

Il corridoio della disperazione - © Copyright 2010 Pega

Tracce - © Copyright 2010 Pega

La prigione - © Copyright 2010 Pega
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Stavi pensando di passare al sensore “full frame”?
Ti affascinava l’idea di avere un sensore più grande e beneficiare di ancora più megapixel, maggiori ISO e sempre meno rumore?
Beh, l’asticella si è ulteriormente alzata.
Stanno entrando sul mercato alcune fotocamere che rappresentano sempre di più la frontiera professionale dell’imaging digitale. Sono le macchine medio formato.
Non più solo quindi dorsi digitali per vecchie fotocamere analogiche e superprofessionisti esigenti ma delle vere e proprie macchine di nuova generazione.
Dopo il debutto nel digitale di Hasselblad con la sua H4D-40 medio formato da 40 megapixel e ben ventimila dollari (si, hai letto bene, $20.000) anche Pentax si affaccia su questo terreno con la 645D, sensore 33x44mm da 40 megapixel ad un costo sempre molto alto ma che con 9.800$ è praticamente la metà della Hasselblad.
Sono evidentemente degli oggetti dalle caratteristiche e dal costo talmente elevati che li rendono per il momento interessanti solo per una nicchia di potenziali acquirenti ma c’è da aspettarsi un importante sviluppo in questo campo.
Come da aspettarsi ci sarà anche la ricaduta sulle fasce più “popolari” di prodotti di alcune tra le innovazioni presenti su questi “mostri”, come ad esempio il primo esempio di HDR “built in” che la Pentax propone per prima al mondo.
Interessante vero?
Non trovi che tutto d’un tratto quel sensore denominato un po’ pomposamente “full frame” appaia improvvisamente un po’ piccolo?
🙂
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Tatoo Master - © Copyright 2009 Pega
Ti propongo una sorta di “missione” per questo weekend, un assignment fotografico. Il tema è “un sorriso”.
Vai in cerca di persone che vogliono sorridere al tuo obiettivo e scatta. Prendi quella che sarà la foto che ritieni migliore, quella che più ti piace e postala sul tuo album online poi metti il link in un commento qui sotto.
Condividi il migliore sorriso che saprai catturare in questo weekend.
Buon fine settimana.
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Trendy elements - © Copyright 2009 Pega
Ormai ci siamo assuefatti al “quick cut”, quella precisa scelta di regia e montaggio che nel mondo del video opta per contuinui cambi di inquadratura, scene brevissime, dinamiche e veloci, quasi dei flash che si susseguono.
E’ una tendenza che nel corso degli anni si è sviluppata sempre di più. Partita in origine dal mondo dei videoclip si è trasferita ben presto in quello degli spot pubblicitari, per approdare ormai in qualsiasi produzione visiva: dalla fiction ai telegiornali, al cinema.
Dicevo che ormai ci siamo abituati, siamo stati pian piano “impostati” per sfruttare quella capacità del nostro cervello di saper “cogliere al volo” la sintesi, di “surfare” tra le informazioni audiovisive in un flusso sempre più veloce e denso, spesso ricchissimo di suggestioni pubblicitarie.
Personalmente però sto cominciando a provare una forma di rigetto nei confronti di questo stile. Una sorta di intolleranza.
Odio il quick cut perchè ha iniziato a farmi parzialmente perdere la capacità di fermarmi a guardare, godere di una scena, studiarne le caratteristiche con calma. E questo è tanto più grave se questa “superficialità” la andiamo ad usare con le fotografie.
Le foto vanno gustate. Già in precedenti post accennavo al piacere di studiare a fondo le immagini, di “ascoltarle” a lungo quasi come si fa con un pezzo musicale o anche come si assapora con calma un calice di buon vino.
Il quick cut è invece un atteggiamento, un’impostazione, un modo diverso di guardare che crea un’abitudine che tende ad allontanarci da tutto questo.
Ed è un gran peccato.
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Attivazione reticolare - © Copyright 2009 Pega
Richard Avedon una volta disse : “I miei ritratti parlano molto più di me stesso che delle persone che fotografo”.
Più di una volta mi è capitato di pensare che probabilmente, non solo questa frase è estendibile a tutti noi, ma che è valida anche per tutte le foto che ritratti non sono.
Le foto che scattiamo sono un prodotto diretto del nostro essere, del modo di pensare e vedere le cose, della nostra cultura e dei simboli che usiamo per comunicare.
Sono un’espressione di quello che siamo.
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Looping - © Copyright 2001 Pega
Tra le mie opinioni forse un po’ semplicistiche sulla fotografia ho quella di una suddivisione che vede le immagini sostanzialmente classificabili un due grandi famiglie: quelle che ritraggono un soggetto e quelle che catturano un evento.
Naturalmente esistono anche le foto in cui i due elementi esistono insieme ma queste possiamo considerarle appartenenti ad entrambi i gruppi.
Insomma, quello che secondo me non può mancare in una foto che si possa dire riuscita è la presenza netta di almeno un chiaro soggetto o evento.
Ed è qui che il ragionamento può diventare più interessante, perché come noto, c’è soggetto e soggetto… c’è momento e momento.
Sicuramente la ricerca di uno splendido soggetto o di un grande momento può essere la chiave per un grande scatto. Si può anche arrivare a soprassedere su aspetti qualitativi o tecnici dell’immagine quando uno di questi elementi è davvero straordinario. D’altra parte si sa: è difficile fare una gran foto ad un soggetto o ad un evento banale.
Personalmente, proprio forse per questa difficoltà, trovo interessante questa sfida: la ricerca di una soddisfazione fotografica partendo dall’ordinarietà del soggetto, o almeno dalla sua apparente banalità.
Quando e se poi lo scatto risulterà interessante sarà probabilmente perché la foto è riuscita a tirar fuori da quella situazione qualcosa di ben più profondo di quanto l’abitudine non suggerisse…
Beh, se poi il tentativo non riesce si può sempre tenere a mente una massima della “vecchia scuola”: se non riesci a fare una foto eccezionale di un soggetto normale, prova almeno a fare una foto normale ad un soggetto eccezionale.
🙂
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Aranci aranci ! Cu avi i guai s'i chiànci! - © Copyright 2008 Pega
Giorni fa, davanti alla vetrina di un negozio che espone attrezzatura fotografica mi è involontariamente capitato di sentire una simpatica discussione tra due fotografi. Si trattava di due persone sulla cinquantina, apparentemente non dei novellini e presumibilmente con diversi anni di passione fotografica alle spalle.
Entrambi sostenevano che l’esperienza in fotografia si misura sopratutto nel numero di scatti effettuati e non assolutamente in “anni”. Per scatti non intendevano le volte che si è schiacciato il pulsante dell’otturatore ma piuttosto il numero di “prodotti fotografici” effettivamente completati, che siano stampe su carta, pubblicazioni online o cos’altro.
Uno dei due sosteneva che il minimo di esperienza per poter iniziare a “fare sul serio” è di circa diecimila scatti (10.000), l’altro considerava questa cifra assolutamente insufficiente e proponeva circa il triplo…
Sinceramente non mi era mai capitato di esaminare la cosa da questo punto di vista e devo dire che sono rimasto piuttosto allibito. E’ un discorso che in qualche modo trovo allo stesso tempo folle ed interessante, decisamente estremo ma non del tutto privo di una sua ragion d’essere…
Ovvio che tutto sta nel definire che cosa si voglia dire con “fare sul serio” e con “esperienza” ed altrettanto ovvio è che non è poi così importante valutare così queste grandezze perchè potrebbe essere di nessuna utilità, ma alla fine la cosa devo dire che mi ha un po’ incuriosito e fatto rimuginare…
Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensi…
🙂
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In questo post non c’è alcuna foto.
Non c’è, ed è proprio questo il punto.
Beh, premetto che non è la morte di nessuno e che certo che ci sono cose peggiori ma… proprio oggi ho capito di aver commesso uno di quegli errori che un appassionato di fotografia dovrebbe sempre evitare : lasciarsi stupidamente sfuggire una foto.
Per mesi sono passato quasi ogni giorno davanti ad un edificio in rovina, un vecchio rudere industriale dei primi del novecento, ridotto in uno stato che a molti sicuramente non diceva niente ma che, per me che adoro il genere, era uno spettacolare esempio di decay.
Per mesi mi sono detto “prima o poi mi fermo e gli faccio qualche scatto… guarda che fascino”…
Ecco. Ci sono passato oggi, dopo qualche giorno che per vari motivi facevo altre strade e cosa vedo: quel rudere non c’è più. E’ stato demolito.
Non saprò mai che foto sarei stato in grado di fare a quell’edificio ma di una cosa sono sicuro: è una bella lezione.
Che sia un vecchio edificio, un panorama incontaminato, uno scorcio particolare, o anche una persona…
Quando vedi una foto, falla. Non aspettare. Potrebbe non esserci più quando ti sarai deciso a scattarla.
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Questo post è dedicato ad un’altra tra le tante risposte che ho ricevuto alla mia domanda “Una sola Fotografia”.
E’ il punto di vista, creativo ed ispirato di Martino Meli, che ho avuto il piacere di intervistare proprio in questo blog.
La sua risposta è di per sè un prodotto artistico che io trovo semplicemente straordinario. La inserisco qui sotto senza alcuna ulteriore aggiunta.

Appartenenza - © Copyright Martino Meli
“Adveniat pestis imaginorum
Se dovessi scegliere un’immagine da salvare in caso di ‘catastrofe iconografica’ non avrei dubbi:
questo è un disegno fotogenico con particolari contenuti, e l’ho scelto per alcuni motivi che brevemente accenno. Primo: il disegno fotogenico è una fotografia ma non è realizzato mediante l’uso della macchina fotografica (e se durante la “catastrofe iconografica” spariscono le immagini credo che sparirebbero anche le macchine fotografiche). Secondo: il contenuto di questo disegno fotogenico è composto da una foglia che simboleggia la Natura e da un messaggio, riferimento alla comunicazione diretta attraverso la parola scritta. Il concetto espresso è autobiografico in quanto lega l’autore (me stesso) al tema del Mediterraneo di cui si sente figlio mediante la citazione di Jean-Claude Izzo. Dunque il riferimento linguistico e concettuale è amplificato. Terzo: i primi esempi di disegno fotogenico si attribuiscono a William Henry Fox Talbot, intorno agli anni Trenta del secolo XIX. Erano gli albori della fotografia e questa tecnica sancisce il distacco dalla Pittura, dominatrice incontrastata fino ad allora. Quarto: il disegno fotogenico ha una forte valenza artistica poiché è un pezzo unico, fotocopiabile
sì, ma non riproducibile (se ne riproduce al massimo la sua immagine).
Martino Meli
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Grazie Martino, un fantastico contributo!
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