
Sarà perché è da un po’ che lavoro ad un mio progettino fotografico incentrato sull'”assenza” o forse per i dettagli e l’atmosfera di questo scatto, il punto è che sono rimasto affascinato da questa immagine.
È una fotografia realizzata nel 1986 da Mattew Modine, l’attore protagonista del film “Full Metal Jacket“, in cui interpretò il ruolo del fotogiornalista militare “Joker” in servizio durante la guerra del Vietnam.
Modine era egli stesso un appassionato di fotografia ed in una pausa delle riprese in esterna a Bassingbourn Barracks, immortalò la particolare sedia del regista Stanley Kubrick, scomparso poi nel 1999.
La sedia è dotata di capienti contenitori laterali che gli permettevano di avere sempre a portata di mano tutta la documentazione e i dettagli delle scene, è inoltre installata su una grossa pietra, probabilmente per ottenere una postazione ben stabile ed un po’ rialzata.
Non è difficile immaginarsi Kubrick seduto su questo scranno a dirigere quello che è poi risultato uno dei suoi più grandi capolavori.
Archive for the ‘Black and White’ Category
Fotografia e rebus
Posted in Black and White, Culture, tagged enigmistica, fotografia, lettura, Monica Dragoni, Rebus on 09/06/2014| 6 Comments »
Ci sono alcune foto che sembrano nascondere qualcosa, danno l’impressione di portare un messaggio cifrato, sotterraneo, da scovare e decodificare.
L’idea di divertirsi a sperimentare il legame che può esistere tra fotografia e rebus è dell’amica Monica Dragoni, fotografa e lettrice del blog, che qualche tempo fa mi ha scritto proponendo una lettura enigmistica della mia foto “Sostituzione”.
È un approccio originale, stimolante, che può portare il fotografo ad un modo diverso di fare fotografia, ma anche ad un coinvolgimento molto maggiore dell’osservatore.
Guardare una foto è una cosa, ma studiarla attentamente per carpirne l’enigma che sottende è tutt’altra esperienza e può trasformare completamente il modo di “gustare” una fotografia.
Insomma, lo spunto di Monica è davvero formidabile e credo che possa rappresentare l’inizio di un filone molto interessante, tutto da scoprire, sia nel ruolo di fotografi che di osservatori di fotografie altrui.
Ecco dunque l’esempio, la sua lettura “rebussistica” della mia foto:
manichino = dall’olandese piccolo uomo
riflesso = c’è un uomo riflesso nella vetrina, o comunque c’è il riflesso che gioca sul tutto
col neon = colonne —- col – (onne -> anagramma neon, che tra l’altro è accceso alle spalle del manichino)
Soluzione: “Piccolo uomo riflesso col neon acceso”
(ma potrebbe essere anche essere: “Chi non riflette rimane in ombra“)
Geniale! 🙂
Grazie Monica! 🙂
Cinema e fotografia: “La finestra sul cortile”
Posted in Black and White, Culture, Flash shots, History of photography, tagged cinema, cortile, finestra, fotografia, Hitchcock, teleobiettivo on 01/06/2014| 6 Comments »
Diretto nel 1954 da Alfred Hitchcock, “La finestra sul cortile” non è solo una pietra miliare, ma anche un altro intrigante esempio da inserire nella serie cinema e fotografia.
Jeff, il protagonista interpretato da James Stewart, è un fotoreporter temporaneamente costretto a rimanere nella sua stanza a causa di una gamba ingessata. Annoiato, inizia ad usare il teleobiettivo della sua macchina fotografica per curiosare nella vita dei vicini di casa e si imbatte in quello che risulterà essere un omicidio.
La storia è coinvolgente, ricca di dettagli, colpi di scena ed anche un pizzico di ironia. La splendida sceneggiatura ed il genio di Hitchcock ne fanno un capolavoro.
Ma per chi ama la fotografia c’è quel qualcosa in più: la presenza della fotocamera come strumento cardine, presente in molte scene compresa una fantastica sequenza in cui Jeff si difende dall’assassino usando dei colpi di flash. Una dimostrazione pratica di quanto questo accessorio sia fondamentale 😀
Insomma è un vecchio ma imperdibile film. Rivederlo mi ha però suscitato una inquietante considerazione: il personaggio di Jeff ci insegna che, quando per qualche ragione si è costretti a rallentare ed osservare con calma ciò che prima si incontrava solo distrattamente, c’è un’alta probabilità che in mezzo a quello che appariva ordinario, capiti di scovare qualcosa di orribile.
La dichiarazione d’artista
Posted in Black and White, Bokeh, Closeups, Culture, tagged arte, artista, automatica, computer, definizione, dichiarazione, fun, generatore, scherzo on 18/05/2014| 15 Comments »
Capita a tutti di dover prima o poi pubblicare qualcosa o fare una mostra. In queste occasioni è necessario disporre di ciò che la tradizione esige: un artist statement.
“La dichiarazione d’artista” è un breve testo che dovrebbe rappresentare la sintesi della visione propria di un certo autore: una descrizione a parole di come l’artista si pone, cosa vuole trasmettere con le sue opere, qual’è la sua ispirazione, eccetera eccetera, un sacco di cose in poche righe insomma.
La cosa migliore sarebbe scriversela da soli ma a volte si può ringraziare qualcuno più esperto, magari autorevole o celebre, che lo scrive per noi. E così è capitato a me. Eccolo qua:
Attraverso l’esame dell’ambiguità e delle variazioni che presenta la realtà, Pega crea una forte dinamica con l’osservatore, cercando di oggettificare le emozioni ed investigando la dualità che si sviluppa dalle differenti interpretazioni.
È un fotografo che risponde direttamente all’ambiente che lo circonda ed usa le sue esperienze quotidiane come punto di partenza. Spesso queste esperienze sono
istanti o dettagli che sarebbero apparsi insignificanti e non notati se lasciati nel loro contesto originale.
Con un approccio spesso concettuale Pega cerca quindi di avvicinare un vasto panorama di soggetti, utilizzando un suo stile multiforme che arriva a coinvolgere l’osservatore in un modo quasi fisico.
Il suo lavoro non mostra mai una struttura completa e ciò perchè l’artista sembra mirare principalmente ad una proiezione personale dell’osservatore, che deve avvenire senza un eccessivo influsso della realtà.
Beh, che te ne pare? Sinceramente?
Lo sai chi è che me l’ha scritto?
Ebbene è stato un computer.
Vuoi anche tu il tuo “artist statement”? Basta andare su questo sito, inserire un paio di informazioni ed il gioco è fatto. Sarà in inglese ma puoi tranquillamente farlo tradurre da Google 🙂
E sai qual’é la cosa buffa? Io nel mio statement un po’ mi ci riconosco…
😀 😀 😀
La madre migrante (reloaded)
Posted in Black and White, Culture, History of photography, People, Photography portraits, tagged disperazione, documentario, Dorothea lange, fotografia, FSA, Grande Depressione, persone, povertà, ritratto, straight on 16/05/2014| 8 Comments »
Per approfondire la storia di questo scatto, si può partire dalle parole della stessa Lange, osservando anche le altre foto che realizzò in quel giorno, per provare a ripercorrere il flusso creativo che portò all’immagine più famosa.
Dorothea Lange parlò molti anni dopo di come nacque quella foto e, nel 1960, a tal proposito disse:
“I saw and approached the hungry and desperate mother, as if drawn by a magnet. I do not remember how I explained my presence or my camera to her, but I do remember she asked me no questions. I made five exposures,working closer and closer from the same direction. I did not ask her name or her history. She told me her age, that she was thirty-two. She said that they had been living on frozen vegetables from the surrounding fields, and birds that the children killed. She had just sold the tires from her car to buy food. There she sat in that lean-to tent with her children huddled around her, and seemed to know that my pictures might help her, and so she helped me. There was a sort of equality about it.”
Quella che è diventata una tra le immagini più importanti della fotografia del novecento, descritta in un’infinità di libri, esposta al MOMA e poi acquisita da Getty Images, è l’ultimo di una breve serie di scatti che la Lange fece quasi di getto, senza preliminari o spiegazioni, quasi ad evitare cinicamente di alterare quel momento drammatico e disperato.
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Ecco le altre foto, molto meno note.
In questo primo scatto, realizzato da una certa distanza, si vede la tenda e la sistuazione di estrema precarietà. La foto non va bene: è sconclusionata ed appare anche mossa o sfuocata.
Il viso della donna non è ben inquadrato, dato che è voltata verso il bambino.
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Nella seconda immagine c’è una maggiore organizzazione. La fotografa ha probabilmente chiesto alle persone di guardare verso l’obiettivo e dato alcune disposizioni di posizionamento.
La foto è interessante ma la Lange cerca qualcos’altro.
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Qui la fotografa si è concentrata sulla donna. Ha forse trovato la chiave dello scatto in questo soggetto così carico di drammaticità. Nella seconda immagine la Lange ha evidentemente chiesto ad una delle bambine di posare dietro alla madre.
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Siamo molto vicini al risultato finale. L’atmosfera è quella severa che pervade anche lo scatto divenuto famoso. Lo sguardo della donna si perde all’infinito, quasi a sfuggire l’amarezza ed il peso della situazione, oltre alla difficoltà di farsi ritrarre in una condizione così disagiata.
Queste foto non sono solo un piccolo pezzo di storia, hanno sopratutto contribuito a cambiare la situazione di un grosso numero persone che in quel momento vivevano un forte momento di difficoltà.
Anche grazie agli scatti della Lange che lavorava per l’FSA, poche settimane dopo la pubblicazione delle foto, la comunità fu raggiunta da un aiuto economico governativo che servì a superare quei mesi così difficili e aiutare concretamente quelle famiglie.
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Fotografìe e parole
Posted in Black and White, Culture, People, Photography portraits, tagged arte, artisti, cibo, connubio, coppia, Di Loro, due, fotografia, immagini, mente, Montini, parole on 14/05/2014| Leave a Comment »
Oggi voglio proporti il lavoro di due amici: il fotografo Luigi Di Loro e la scrittrice Giulia Montini.
Il loro è un connubio artistico che intreccia immagini e parole, secondo uno schema che ha radici lontane e dimostra come queste due arti possano flirtare per sviluppare qualcosa di personale e creativo.
Non voglio aggiungere altro se non un esempio di queste opere e tra quelle che mi hanno inviato ho scelto questa, intitolata “Cibo per la mia mente”.
Cibo per la mia mente.
Questo tu sei,
una leggera danza tra un se taciuto e un ma doloroso,
sei il bacio della rima che rincorre i miei sospiri aggrovigliati.
Nutri di sussurri la mia mente, leghi con parole la mia storia, sgrammatica, e sconclusionata, facendomi
respirare laddove trapelavo nell’attesa, lasciandomi l’attesa laddove mi avrebbe aspettata la magia.
Mi hai insegnato a domandare, ed ad avere fiducia nel mio rispondere.
Metti un punto su un fianco,
una sinuosa parentesi sotto a un seno.
Narri non a me, ma a qualcosa dentro me, le nobili gesta di un cuore che fu errante,
ma che non ti conobbe, perché da quando ti incontrai, celata dietro muti silenzi,
l’unica parola che riuscii a pronunciare è restare.
Prima erravo cercando pane e vino per inondare le mie membra assettate di sapere,
poi ti vidi.
Inciampai in un tuo discorso.
Non lo ascoltai, e ruzzolai a terra nuovamente allo schiudersi delle tue labbra,
a quel sorriso che pare una virgola sghemba, una piccola pausa tra mente e cuore, ma mai punto,
come se portassi con te sempre una continuazione.
Mi hai insegnato a restare errando.
E restando,
ho trovato le parole.
Per dirti che t’amo.
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Fotografia: Luigi Di loro
Testo: Giulia Montini
(Li trovi anche su Facebook, gruppo FoToGrAFiA)
Buon compleanno Mr. Land
Posted in Black and White, Culture, History of photography, People, Photography portraits, Technique, tagged compleanno, fotografia, inventore, istantanea, Land, Polaroid, storia on 08/05/2014| 14 Comments »
In questi giorni ricorre l’anniversario della nascita di Mr. Land, il padre della fotografia istantanea.
Nato nel Connecticut il 7 Maggio del 1909, Edwin Herbert Land presentò la sua curiosa ed innovativa scatoletta magica al congresso della Optical Society of America nel 1947. Si trattava della prima macchina fotografica istantanea della storia: la Polaroid Land camera.
Mr. Land era un inventore vecchia maniera, esperto in ottica aveva già prodotto parecchie cose interessanti tra cui alcuni filtri oggi comunemente noti come polarizzatori. La fotocamera istantanea nacque quasi per gioco, inizialmente concepita per soddisfare un capriccio di sua figlia Jennifer che si lamentava di non poter vedere subito le fotografie scattate.
Land aveva fondato la sua azienda Polaroid Corporation nel 1937 iniziando a sfornare numerosi prodotti interessanti: dai mirini militari agli occhiali da sole, ma fu la fotocamera istantanea a portare il grande successo. Nel primo giorno di lancio furono venduti quasi tutti gli esemplari (la mitica Model 95) sebbene il prezzo non fosse dei più abbordabili: 89 dollari del 1948.
Sessantacinque anni non sono tanti per la quasi bi-centenaria storia della fotografia ma senza dubbio Polaroid ha lasciato un segno importante.
Schiacciata dall’arrivo del digitale e dall’avvento di questa nuova tecnologia istantanea che le ha tolto proprio il primato su cui si era basato il suo successo, ha subito un progressivo ma inesorabile calo delle vendite, fino ad arrivare nel 2007 all’inevitabile pensionamento del settore fotocamere istantanee e la conseguente chiusura degli stabilimenti di produzione delle pellicole.
Ma la storia di questa affascinante invenzione non sembra giunta al termine e continua su due strade distinte. Da un lato il manipolo di “eroi analogici” dell’Impossible Project che dal 2008 hanno intrapreso, fondando una nuova azienda, la difficile strada del riavvio della produzione e commercializzazione delle pellicole, dall’altro il nuovo impulso digitale di casa “madre” Polaroid.
Chissà chi riuscirà davvero a raccogliere l’eredità sostanziale di Mr. Land.
Richard Avedon (reloaded)
Posted in Black and White, Culture, History of photography, People, Photography portraits, tagged america, arte, artista, Avendon, fashion, fotografia, maestro, moda, novecento, ritratti on 30/04/2014| 7 Comments »
Torno spesso a rivedermi le foto di Richard Avedon, un grande fotografo che è stato senza dubbio uno dei principali protagonisti della fotografia americana del secondo novecento.
Per me la sua principale caratteristica è l’aver rappresentato una sorta di sintesi tra fotografia artistica classica, pop art, mondo dello spettacolo e della moda.
Con una carriera che iniziò come fotografo per carte di identità e di relitti di navi mercantili, Avedon passò negli anni ’40 al mondo della moda portando in Harper’s Bazaar, la rivista per cui lavorava, la novità di porre le modelle in contesti urbani non convenzionali.
Da quel momento la sua carriera decolla, lavorerà per Vogue, Life e molti prestigiosi marchi della moda e con il passare del tempo emerge la sua grande passione per il ritratto. È una tipologia di ritratto introspettivo che scava nella personalità del soggetto, lo pone in atteggiamenti e contesti che consentono un contatto emotivo diverso dai clichè tradizionali.
Attraverso intere decadi che vanno dagli anni ’60 all’alba del nuovo millennio, per molti personaggi famosi e star, quello di Avedon diviene uno studio fotografico da cui è necessario passare, a patto di essere disposti ad esporre se stessi in modo diretto.
Trovo particolare in Richard Avedon la capacità di saper separare molto bene la sua attività di fotografo commerciale su commissione, tipicamente per il settore della moda e dello spettacolo, dal suo personale impegno, passione e ricerca sul ritratto introspettivo ed anche al reportage di denuncia, come nel caso del suo viaggio in Vietnam a documentare gli orrori della guerra con crude foto di corpi mutilati e straziati dal napalm.
Uno stile, quello di Avedon che, anche nei lavori più chiaramente commerciali come ad esempio gli scatti per i grandi nomi della moda, fa percepire una personalità ed una originalità che solo pochi grandi hanno saputo esprimere.
E’ significativa una sua frase che sottolinea l’irrefrenabile passione per la fotografia che lo accompagnò fino all’ultimo: “If a day goes by without my doing something related to photography, it’s as though I’ve neglected something essential to my existence“
Cortocircuito fotografico #14: Diane Arbus fotografata da Mary Ellen Mark
Posted in Black and White, Culture, History of photography, People, Photography portraits, Street Photo, tagged Cortocircuito, Diane Arbus, fotografa, freaks, ritratto on 18/04/2014| 1 Comment »

Diane Arbus – Copyright 1969, Mary Ellen Mark
Eccola Diane Arbus, fotografata a New York nel 1969 da Mary Ellen Mark.
La Arbus è stata una delle più originali ed influenti fotografe del novecento. Nata nel 1923 a New York, studiò con Berenice Abbott e per alcuni anni si occupò di fotografia commerciale insieme al marito. La pubblicità e la moda non facevano per lei e tra il 1957 ed il 1960 iniziò a frequentare un baraccone situato tra la 42esima e Broadway, dove si esibivano figure bizzarre. Iniziò così un percorso che la portò sempre più ad occuparsi dei “diversi”, di quell’umanità atipica e disprezzata descritta nel film cult di Tod Browning “Freaks” (1932) che la Arbus considerava una sua fonte di ispirazione.
Definita superficialmente come la “fotografa dei mostri”, la Arbus non esitava ad entrare in contatto con figure grottesche ed emarginate. Fotografò prostitute, reduci dal Vietnam, fenomeni da circo ed ermafroditi. Insomma, una moltitudine di personaggi difficili e controversi, che la Arbus ritrasse sempre con uno stile personale molto intenso.
Tra i suoi scatti più famosi ci sono il bambino con la bomba a mano “Child with Toy Hand Grenade in Central Park, New York” (1962) e “Identical Twins”, del 1967: uno scatto inquietante che ritrae due bimbe gemelle a cui pare si sia direttamente ispirato Stanley Kubrick per i personaggi delle gemelle Grady in Shining.
È proprio guardando immagini come quest’ultima che si intuisce il disagio della fotografa. Diane Arbus soffriva di depressione e forse di un disturbo bipolare che la portò fino alle estreme conseguenze. Si tolse la vita due anni dopo questo scatto, tagliandosi le vene il 26 luglio del 1971 dopo aver assunto una forte dose di barbiturici.
Rimane impressa una delle sue affermazioni più famose:
“La cosa che preferisco è andare dove non sono mai stata“.
Mary Ellen Mark, come la Arbus, è una fotografa impegnata nella documentazione sociale. In questo suo ritratto la Arbus sembra uno dei suoi “strani” personaggi emarginati. Le mani e la testa sono sproporzionati, è deformata, l’espressione tesa con lo sguardo nell’obiettivo, proprio come anche lei chiedeva ai suoi soggetti.
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I precedenti cortocircuiti fotografici:
#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa
#9: Robert Mapplethorpe (con Patti Smith) fotografati da Norman Seef
#10: Szarkowski fotografato da Winogrand fotografato da Friedlander
#11: Andy Warhol fotografato da Robert Mapplethorpe
#12: Henri Cartier-Bresson fotografato da René Burri
#13: Dennis Stock fotografato da Andreas Feininger













