Alfio Vanni, in arte “Moscerino” è un artista che ha fatto della sua vita una vera opera d’arte.
Puoi andarlo a trovare su una sponda del lago dei Renai a Signa, due passi da Firenze, in un locale che è un mondo a parte.
E’ un ristorante casalingo in legno con pareti ricoperte da oggetti di ogni genere: dalle maschere antigas alle chitarre passando per improbabili fotomontaggi, sciarpe, stemmi, maschere, vecchi telefoni ed un’infinità di oggetti trash. In giardino un asino ed una statua della libertà di cartapesta.
Da giovane Alfio suonava sui transatlantici, poi per decenni con artisti vari al Caffè Roma di Alassio. Oggi alla fiera età di settanta anni si propone ancora aprendo le serate entrando “in scena” ricoperto da mille lucine di Natale, per cantare qualche fantastico stornello ma anche strabiliare con qualche numero.
In questo scatto ho cercato di ritrarlo nel pieno del suo impeto, provando a catturare quell’energia e vitalità che solo dal vivo sono però davvero tangibili.
Una cena da Moscerino e Bettina è un’esperienza da provare. Serve però un po’ di pazienza: la lista di attesa è paragonabile a quella di una visita specialistica in convenzione ed in genere difficilmente inferiore ai sei mesi.
🙂
Ho trovato questo interessante video. E’ stato realizzato mettendo insieme immagini provenienti dalla Library of Congress degli Stati Uniti che nel suo sconfinato archivio conserva anche gli scatti di un giovanissimo Stanley Kubrick ai tempi in cui lavorava come fotografo per la rivista Look.
E’ il 1949 e Stanley viene inviato a Chicago per realizzare un servizio sulla “città dei contrasti”, per raccontare con le sue immagini l’atmosfera e la vita della capitale dell’Illinois.
Si tratta di un lavoro fotografico di reportage in linea con quello che era lo stile di una delle più importanti riviste del tempo. Look insieme a Life rappresentava infatti un punto di riferimento assoluto ed il suo tipico modo di raccontare luoghi e persone attraverso gli scatti dei suoi fotografi, rimane un’icona nella storia della fotografia.
Trovo sia affascinante ammirare questo lavoro di Kubrick, ancora molto giovane ma già così bravo nel cercare e trovare soggetti e spunti sempre significativi, con uno stile che poi ha saputo sviluppare e rendere così personale nella successiva ed assoluta carriera di regista cinematografico.
Buona visione.
Oggi ti ripropongo un vecchio post.
Lo scrissi subito dopo aver trovato questa immagine: uno splendido esempio di come si lavorava prima dell’avvento del digitale ed un interessante documento per chi spesso discute sul tema della postproduzione delle fotografie.
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Quante appassionate discussioni sull’opportunità o meno di intervenire sulle immagini digitali. Da una parte i puristi del “non si tocca nulla”, dall’altra gli smanettoni.
E’ curioso, ma secondo me, la diatriba non ha molto senso.
La postroduzione è sempre esistita e la questione eventualmente non sta negli aspetti tecnologici ma nella “misura”, nella capacità di trovare il giusto limite oltre il quale non andare.
A parte il fatto che anche in molte altre forme d’arte si può parlare tranquillamente di postproduzione, e senza problemi di tabù (pensiamo alla musica, al cinema ma anche alla stessa pittura), comunque la fotografia ha avuto fino dai suoi albori il processo dell’immagine tra le sue caratteristiche peculiari.
Non è forse postproduzione lo sviluppo del negativo?
E che dire della stampa? Della scelta della carta e del trattamento? Mai sentito parlare di “sviluppo selettivo”?
Quante variabili poteva controllare il fotografo in camera oscura e poi in fase di stampa? Molte, davvero molte.
Ansel Adams ci scrisse un intero libro “The Print”.
L’immagine sopra è un documento interessante.
Si tratta dello schizzo di istruzioni di esposizione con cui Richard Avedon istruiva il suo “stampatore”.
In inglese suona curioso e stranamente tecnologico: ”Avedon’s instructions to his printer”.
In fotografia la macchina è semplicemente uno strumento, è soltanto il mezzo attraverso cui il fotografo fissa la sua visione.
Lo stesso vale per tutte le possibili tecnologie usate: analogico, digitale, grande o piccolo formato, istantanee, JPG, RAW, PC o MAC, obiettivi, flash ed altri mille accessori, sono solo strumenti… semplici utensili.
A volte ci focalizziamo un po’ troppo su attrezzatura ed aspetti tecnici e credo che prendere un po’ di distanza da questi sia una cosa importante per chi fotografa, perché ogni aspetto tecnico porta con sè dei vincoli creativi che possono limitare le nostre capacità ed intuizioni.
E così anche l’abbracciare in modo troppo selettivo un solo filone tecnologico è un limite da valutare con attenzione, perchè rischia di incanalare troppo la creatività.
Scegliere di fotografare solo in un certo formato, solo in analogico (o digitale), solo senza flash, solo senza postproduzione o secondo chissà quali mille altri “solo”, è alla fine un vincolo che si ritorce sul fotografo e sulla sua visione.
Aprirsi ad una molteplicità di strumenti a disposizione è un vantaggio che va sfruttato, cercando ovviamente di trovare la giusta misura ed imparando ad usare al meglio quelli che si scelgono, divertendosi anche di più.
Non autoimprigionarti in una tecnologia, perché come diceva qualcuno: “Se il tuo unico strumento è un martello, il mondo ti apparirà come un chiodo”.
Falso specchio (olio su tela) – Renè Magritte 1928
C’è un tipo di fotografia dove la fotocamera non serve.
E’ qualcosa che alcuni praticano in modo innato, a volte inconscio, mentre altri imparano proprio come disse Dorothea Lange affermando che “La macchina fotografica è uno strumento che insegna a vedere senza una macchina fotografica”.
Sto parlando della foto mentale, quella scattata senza alcuna fotocamera, quella in cui tu sei comunque il fotografo e decidi inquadratura, esposizione, fuoco e tutto il resto, ma l’immagine resta nella tua testa. Privata. Intima.
Per scattarla hai a disposizione un’attrezzatura dal valore inestimabile e dalle prestazioni infinitamente superiori a qualunque macchina fotografica in vendita. Ce l’hai sempre a disposizione, anche nelle situazioni più difficili o impreviste: sono i tuoi occhi e la tua mente.
Tutti più o meno abbiamo un archivio di foto mentali nella nostra memoria. Sono le immagini che emergono dal nostro passato, che raccontano momenti che ci hanno colpito ed è come se il nostro cervello avesse in automatico scattato delle istantanee per preservare il ricordo di quei momenti. È un meccanismo innato che in qualche modo rende l’invenzione della fotografia una vera e propria protesi emozionale dell’essere umano.
Ma è anche possibile realizzare le foto mentali in modo cosciente.
Puoi cercarle e scattarle nei momenti più belli ma anche più impensati, puoi farlo senza alterare o interrompere la magia di un istante, senza interferire o disturbare.
Fatta la foto impegnati per “svilupparla” e processarla al meglio, cercando di fissarla bene nella tua memoria ed ogni tanto torna a rivederla, questo ne manterrà la qualità.
Con le persone giuste puoi provare anche a condividerle queste foto mentali, descrivendole a parole ed aiutando chi ti ascolta a ricostruire l’immagine proprio come ce l’hai in mente tu.
Può essere molto bello.
———————— Se l’argomento ti interessa, ti invito a leggere anche il post sulla stampa della foto mentale.
Rieccoci a quella che, ormai da un bel pezzo, è una piccola tradizione: la “missione fotografica” del fine settimana.
Se ti piacei seguire queste idee e provare a scattare secondo un “assignment”, non esitare e dopo aver fatto le tue foto, inserisci un commento con il link alle immagini che avrai realizzato.
In questo weekend il tema è facilissimo: si tratta solo di focalizzarsi nel fare foto dall’alto.
Dall’alto tutto assume carattere diverso, la prospettiva cambia, si schiaccia. Dall’alto si è distaccati e si percepisce quel senso di vantaggio che la posizione assicura.
In questi giorni prova a dedicare qualche tuo scatto a soggetti ripresi dall’alto, oggetti o persone, scenari o piccoli dettagli.
Guardati intorno e scegli una posizione intressante da cui fotografare, sali e sistema la tua fotocamera. Dai piena importanza a questo aspetto del posizionamento e della scelta dell’inquadratura: il grande Paul Strand diceva “la scelta più importante che fa un fotografo è quella di dove piazzare il treppiede“.
Ebbene, applica questo insegnamento alla missione fotografica del fine settimana e… Buon divertimento.
Da oltre un anno c’è qualcosa di affascinante e misterioso che si sta svolgendo nell’atmosfera di Saturno.
La sonda Cassini, di cui già parlavo in un vecchio post , ha fotografato fin dalla fine del 2010 gli effetti di quello che sembrava un uragano in fase di formazione.
Una tempesta che con tanto di fulmini e saette dalle proporzioni inimmaginabili si è sviluppata nel corso di tutto il 2011, fino a coinvolgere un intero emisfero di quel pianeta così enorme.
Ne parlo perchè la sonda ci invia delle imagini che trovo semplicemente meravigliose dal punto di vista fotografico.
Sono come bellissimi astratti, dalle forme misteriose ed affascinanti, che rapiscono quando associati al concetto dell’enormità quasi inconcepibile di ciò che rappresentano.
Se vuoi, puoi dare un’occhiata all’apposita pagina “The Saturn Storm Chronicles” sul sito del laboratorio immagini della missione Cassini.
Il fotografo francese Philippe Ramette sembra aver trovato il modo di battere la forza di gravità. Realizza i suoi scatti pazzeschi, in cui appare in posizioni del tutto impossibili, senza bisogno di ricorrere a tecniche di post produzione digitale. Insomma niente Photoshop.
Come fa?
In realtà Philippe non è solo un bravo fotografo creativo, è anche uno scultore ed è specializzato nel realizzare speciali supporti in metallo che permettono di assumere posizioni improbabili che ingannano l’occhio, sembrando davvero esempi di vittoria sulla legge di gravità.
Nella foto qui sotto puoi vedere un backstage di esempio in cui si vede come Ramette prepara le sue “pose”. Puoi trovare inoltre altri suoi lavori sul sito della Galerie Xippas.
Il suo stile è un esempio di creatività e maestria realizzativa che trovo notevole e mi piacerebbe proprio provare a realizzare qualche scatto (magari semplice semplice) seguendo la sua idea.
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Ti invito ad una sorta di esercizio, un piccolo esperimento.
Prenditi una mezz’ora di tempo tutto per te ed in questa mezz’ora prova a ripercorrere le fasi e le esperienze della tua passione fotografica attraverso le immagini da te create nel corso del tempo.
Guarda indietro, sfoglia le vecchie stampe, le cartelle sul pc o il tuo album online, ritrova le tue prime foto e studiale insieme alle successive. Racconta a te stesso la storia di quegli scatti, segui il flusso fino ad arrivare ad oggi.
Mezz’ora per ripercorrere le tappe della tua fotografia, quasi come un documentario, un tempo fisso e ben definito, per rivedere la tua produzione: ricca o scarna che sia.
Non avrai difficoltà a vedere il cambiamento, un’evoluzione nel tuo modo di fotografare.
Troverai banalità ed errori, ma anche piccoli gioiellini che non ricordavi. Troverai foto che forse oggi non faresti più, o qualcun’altra non più realizzabile oggi.
È un’esperienza interessante ed introspettiva, che se non hai già fatto ti invito a provare.
Solo pochi giorni fa, nel porto di Livorno, l’amico Martino scattava questa foto di un peschereccio di nome Santa Lucia.
E’ l’immagine in bianco e nero di un’imbarcazione da pesca, tranquilla all’ormeggio, al sicuro nel porto dopo una giornata di lavoro.
Una foto che qualcuno può considerare pittoresca, forse banale, ma è anche emblematica di quella vita e lavoro che sanno essere duri come pochi altri.
Una foto che guardata attentamente rivela tanti particolari che evocano quel rapporto di amore e rispetto per il mare che solo chi lo vive quotidianamente conosce bene.
Una foto scattata solo pochi giorni fa.
Poi la tragedia.
Ieri il peschereccio Santa Lucia è naufragato.
È affondato portandosi via due vite e lasciando in tremenda angoscia i parenti di un terzo disperso.
L’immagine di Martino è stata pubblicata sui giornali. Adesso trasmette sensazioni diverse.
Per chi apprende la storia, questa foto è ora simbolo di dolore e morte, di uomini che hanno perso la vita mentre lavoravano per le loro famiglie.
Il significato di una fotografia in bianco e nero, scattata durante una tranquilla passeggiata al mare in un bel pomeriggio d’inverno, è profondamente cambiato.
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