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Archive for the ‘Culture’ Category

Diane Arbus by M.E.Mark

Diane Arbus – Copyright 1969, Mary Ellen Mark


Eccola Diane Arbus, fotografata a New York nel 1969 da Mary Ellen Mark.
La Arbus è stata una delle più originali ed influenti fotografe del novecento. Nata nel 1923 a New York, studiò con Berenice Abbott e per alcuni anni si occupò di fotografia commerciale insieme al marito. La pubblicità e la moda non facevano per lei e tra il 1957 ed il 1960 iniziò a frequentare un baraccone situato tra la 42esima e Broadway, dove si esibivano figure bizzarre. Iniziò così un percorso che la portò sempre più ad occuparsi dei “diversi”, di quell’umanità atipica e disprezzata descritta nel film cult di Tod Browning “Freaks” (1932) che la Arbus considerava una sua fonte di ispirazione.
Definita superficialmente come la “fotografa dei mostri”, la Arbus non esitava ad entrare in contatto con figure grottesche ed emarginate. Fotografò prostitute, reduci dal Vietnam, fenomeni da circo ed ermafroditi. Insomma, una moltitudine di personaggi difficili e controversi, che la Arbus ritrasse sempre con uno stile personale molto intenso.
Tra i suoi scatti più famosi ci sono il bambino con la bomba a mano “Child with Toy Hand Grenade in Central Park, New York” (1962) e “Identical Twins”, del 1967: uno scatto inquietante che ritrae due bimbe gemelle a cui pare si sia direttamente ispirato Stanley Kubrick per i personaggi delle gemelle Grady in Shining.
È proprio guardando immagini come quest’ultima che si intuisce il disagio della fotografa. Diane Arbus soffriva di depressione e forse di un disturbo bipolare che la portò fino alle estreme conseguenze. Si tolse la vita due anni dopo questo scatto, tagliandosi le vene il 26 luglio del 1971 dopo aver assunto una forte dose di barbiturici.
Rimane impressa una delle sue affermazioni più famose:

“La cosa che preferisco è andare dove non sono mai stata“.

Mary Ellen Mark, come la Arbus, è una fotografa impegnata nella documentazione sociale. In questo suo ritratto la Arbus sembra uno dei suoi “strani” personaggi emarginati. Le mani e la testa sono sproporzionati, è deformata, l’espressione tesa con lo sguardo nell’obiettivo, proprio come anche lei chiedeva ai suoi soggetti.

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I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa
#9: Robert Mapplethorpe (con Patti Smith) fotografati da Norman Seef
#10: Szarkowski fotografato da Winogrand fotografato da Friedlander
#11: Andy Warhol fotografato da Robert Mapplethorpe
#12: Henri Cartier-Bresson fotografato da René Burri
#13: Dennis Stock fotografato da Andreas Feininger

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Phoenix
L’intreccio tra cinema e fotografia mi colpisce sempre. Qualche giorno fa ho avuto occasione di vedere The Master, un film di Paul Thomas Anderson in cui Joaquin Phoenix interpreta (a fianco del recentemente scomparso Philip Seymour Hoffman) il ruolo di Freddie, un reduce di guerra con problemi psichici e di alcolismo che come impiego per rientrare nella società fa il fotografo nel salone di un grande magazzino.
A dire il vero il film ha, nel suo complesso, ben poco a che fare con la fotografia ma ci sono un paio di scene davvero degne di nota.
La prima si svolge all’interno della camera oscura dove Freddie, oltre a sviluppare le sue foto, prepara incredibili cocktail da sballo, usando non solo alcolici ma anche misteriose dosi di reagenti chimici per lo sviluppo. Gli effetti, quando ospita in questa “alcova” un’avvenente ragazza addetta alle vendite, sono prevedibili… 🙂
La seconda scena che non può sfuggire agli appassionati di fotografia è quando, durante una sessione di ritratto, Freddy cede al suo lato più prevaricativo e violento. Se la prende con un cliente ed insiste nel farlo star fermo avvicinandogli sempre più la lampada incandescente, finendo poi per farci a botte.
Insomma, lo sai, quando mi capita di scoprire o riscoprire una pellicola che flirta con la fotografia non resisto a citarla in un post, proprio come ho fatto in passato con Smoke, Blow-up e Memento. Se ti dovesse capitare qualche film interessante da questo punto di vista non mancare di segnalarmelo!

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Acc... By Pega

Acc… – © Copyright 2009, Pega

In molti mi accusano di essere un integralista del digitale.
Ebbene sì confermo le mie convinzioni: la fotografia quantistica non permette più ciò che prima si faceva così bene in digitale. Il digitale, con le sue pixelature ed il fascino del rumore agli alti ISO è stata la vetta più alta toccata dalla Fotografia e rimane insuperabile, non c’è confronto con il freddo e sterile dettaglio microscopico delle immagini a neutroni.
È vero, le nuove tecnologie hanno espanso molto le possibilità, dato strumenti prima impensabili ed ampliato il numero di esseri viventi che oggi possono fare fotografie, ma io sono affezionato al digitale. Credo che le vecchie tecniche di postproduzione con Photoshop e il fascino vintage dell’HDR, rappresentino a tutt’oggi livelli mai più raggiunti.
Ora chiunque può realizzare fotografie così tecnicamente perfette da poter essere confuse con la realtà, e tutto questo senza alcun bisogno di doverle correggere in Lightroom. Oggi si possono condividere le immagini proiettandole nel cervello dei propri amici senza tutta quella vecchia ma sana faticaccia di postarle su Flickr o Facebook.
Che nostalgia…

😀 😀 😀

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Bresson

Henri Cartier-Bresson – © Copyright Magnum Photos

Apprendo dal sito New Camera News che si sta indagando su un curioso fenomeno riguardante la tomba di Henri Cartier-Bresson, il grande fotografo noto a tutti per la sua capacità di cogliere l’attimo decisivo.
In un’affollata conferenza stampa è stato reso noto che un gruppo internazionale di scienziati sta studiando da tempo il luogo dove il maestro è sepolto ed il team ha fatto una scoperta sensazionale: Bresson è ancora morto, ma sta ruotando nella tomba.
Gli esperimenti iniziati nel 2007 con l’ausilio di speciali apparecchiature, evidenziano un movimento di rotazione che, dalle circa tre rivoluzioni all’anno misurate inizialmente, è aumentato nel tempo, arrivando nel corso del 2013 ad oltre ottocento rotazioni: più di due al giorno!
Nei soli primi tre mesi del 2014 Bresson si è già rigirato oltre seicento volte nella sua tomba. Se l’accelerazione continua a questi ritmi, non solo gli scienziati saranno costretti a passare dall’indicazione di “rotazioni all’anno” a quella di “giri al minuto” come per i motori, ma si rischierà un aumento della temperatura interna alla bara a causa dell’attrito e forse ci sarà il rischio di combustione.
Gli scienziati ipotizzano che il fenomeno sia legato all’aumento esponenziale ed incontrollato di fotografie definite impropriamente “di strada” (il genere che HCB aiutò a creare e definire) ed al loro imperversare sui social network.
Pare che i membri della famiglia Cartier-Bresson si preparino a lanciare un appello a tutti i fotografi del mondo per cercare di limitare il proliferare di insignificanti, inconsistenti e banali scatti di strada, in particolare in bianco e nero.

😀 😀 😀

Fonte NCN

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heartbeat

Mi affascinano le fotocamere stenopeiche, non è una novità e non c’entra l’imminente WPPD. Il fatto è che mi piace molto la semplicità di questo modo di fotografare con oggetti che altro non sono che scatole con un buco, quindi dovrei proprio inorridire di fronte ai complicati e preziosi “gioielli” costruiti da Kwanghun Hyun e invece no: rimango a bocca aperta.
Dopo gli studi in “Metal Art & Design” all’Università di Seoul, questo artista-fotografo-ingegnere-artigiano coreano si è specializzato nel creare fotocamere pinhole raffinatissime in metallo, dotate di meccanismi di alta orologeria dedicati a gestire i lunghi tempi di esposizione che questo tipo di macchine tipicamente richiede.
Gli oggetti di questa serie, denominata Heartbeat, dal punto di vista fotografico alla fine producono “normali” immagini stenopeiche ma per quanto riguarda il fascino del manufatto… sono davvero “impressionanti”.
🙂

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Alieni

Alieno becero

Alieno becero – © Copyright 2011, Pega

Quando l’enorme nave spaziale toccò il suolo, la tensione arrivò a livelli insostenibili. Cosa sarebbe successo adesso?
Erano passate solo poche ore da quando la notizia si era diffusa in tutto il pianeta come un’onda d’urto: gli alieni erano arrivati, una loro astronave era entrata in orbita e si apprestava ad atterrare.
I militari erano entrati in massima allerta, i politici impazziti, i media urlavano ed interi popoli si interrogavano sul loro futuro.
Il mondo guardò a lungo quel portello aperto, in un silenzio che parve infinito. Poi l’alieno parlò.
Disse cose poco chiare ma sopratutto fu rozzo e maleducato, a tratti volgare. Un gran cafone insomma. Gli umani si guardarono sbigottiti, in qualche caso delusi, qualcuno ne fu sollevato.
Scoppiarono risate fragorose.
L’alieno sembrò guardarsi intorno, valutare la reazione degli abitanti di quello strano mondo. Poi, sotto il peso di tanto ludibrio rientrò, chiuse il portello e ripartì con tutta l’astronave, accompagnato da un dilagante sghignazzare planetario.
Su quel pianeta non si videro più alieni per un bel pezzo.
.
[Ogni tanto mi diverto ad inventare una storia scema partendo da una mia foto. Prometto di non farlo spesso 🙂 E tu ci hai mai provato?]

Altre “storie da una foto”:
– La porta
– Capitan M|artin von Melik
– Viva Viva, La Befana!
– Il viaggio di Fotone
– La discendenza di Fotone

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Worldwide pinhole photo day
Il prossimo 27 Aprile sarà la Giornata Mondiale della Fotografia a Foro Stenopeico.
Si tratta di un evento internazionale creato per promuovere e celebrare l’arte della fotografia pinhole con lo spirito di invitare tutti gli appassionati di Fotografia a prendersi un momento per uscire dall’universo sempre più tecnologico nel quale viviamo e partecipare creando una fotografia con la macchina più semplice che esiste: quella a foro stenopeico.
Costruirsi una fotocamera pinhole è facile e le soddisfazioni possono essere notevoli perché si entra in una dimensione fotografica completamente diversa dal solito, un’esperienza molto personale e creativa che parte proprio dalla creazione della macchina, che altro non è che una scatola con un foro e del materiale fotosensibile all’interno.Pinhole day 2014
Puoi trovare tutte le informazioni su questo evento ed anche vari link per approfondire sul sito del WPPD.
Io sicuramente il prossimo 27 aprile farò qualche scatto con la mia Pinolaroid, una stenopeica istantanea che ho costruito unendo un dorso Polaroid ad una scatola in legno con un foro realizzato da una lattina. È un piccolo oggetto magico, capace di fare foto strane e particolari. Mi ci sto divertendo molto.
Partecipi anche tu al WPPD?

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untitled cowboy

Untitled (Cowboy) – Copyright 1989, Richard Prince


Dove finisce l’ispirazione e dove inizia la copia spudorata? Pablo Picasso era solito dire: “un bravo artista copia, un grande artista ruba”.
Nel 1989 il fotografo Richard Prince divenne celebre con la sua opera “Untitled (Cowboy)” realizzata rielaborando un’immagine pubblicitaria: un caso emblematico di appropriazionismo artistico.
La discussione sull’appropriazione nell’arte ha una lunga storia con esempi ed aneddoti che affondano nel passato, ma solo con l’avvento della fotografia la questione ha assunto una vera attenzione formale; la fotografia infatti permette una facilità, una quantità ed una qualità riproduttiva che nessuna tecnologia aveva mai proposto prima.
L’immagine di Prince è una copia (la fotografia) di una copia (la pubblicità) di un mito (il cowboy) ed il cowboy è esso stesso una copia idealizzata. Una spirale comunicativa niente male…
Tutti gli artisti sperimentano l’appropriazione, in particolare mentre si formano: osservano, copiano, imitano e prendono in prestito idee e stili del passato. Secondo la biografia del Vasari pare che la prima scultura di Michelangelo sia stata una Testa di Fauno spudoratamente copiata da un pezzo greco-romano della collezione dei Medici.
Tra i più importanti interpreti dell’appropriazione in senso moderno c’è Marcel Duchamp, l’artista che sconvolse la scena artistica mondiale con il suo “Fontana”: un orinatoio capovolto. Con Duchamp l’appropriazione divenne vero e proprio gesto artistico fatto di scelta e ricontestualizzazione.
E adesso rimettiamoci tranquilli a scopiazzare e rielaborare… in tutta tranquillità.
🙂

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Golf logo

Golf logo – © Copyright 2012, Pega

Pesantezza è il tema fotografico che ti suggerisco per questo fine settimana.
Come nel caso della leggerezza, che proposi qualche tempo fa, l’idea di base è cercare di esprimere un concetto sensoriale con una foto.
Puoi però interpretare questo assignment come vuoi, anche allontanandoti dal piano fisico e spostandoti su quello metaforico, provando a raffigurare qualcosa che porti la mente dell’osservatore verso l’idea di pesantezza, una pesantezza che può divenire emotiva, stilistica o di qualsiasi altra natura.
Una sfida ancor più complessa potrebbe essere poi il tentare di racchiudere nella stessa immagine, più aspetti del concetto di pesantezza.
Come al solito comunque, lo spirito del weekend assignment è quello di cercare un’occasione (o meglio: una scusa) per dedicarsi un po’ alla Fotografia seguendo un compito preassegnato, con l’obiettivo di stimolare la propria creatività.
In questi giorni prova a fotografare la pesantezza e rendila l’elemento chiave di qualche tuo scatto. Ti invito poi a pubblicare, in un commento a questo post, il link alla tua foto.
Buon weekend!

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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