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Geometrie Aeronautiche

Geometrie Aeronautiche - © Copyright 2009 Pega

Ti capita di stampare e regalare le tue foto?
Mi riferisco al caso in cui si decida di farne omaggio, senza la certezza della reazione di chi le riceverà, escludendo quindi i casi in cui le foto ci vengano esplicitamente richieste.
Esattamente come succede per chi dipinge, questo del donare un proprio lavoro è una cosa che ha aspetti controversi, specie se “le opere” nascono da una vena creativa che le rende un po’ particolari.

Regalare le proprie foto può, in qualche caso, servire più al proprio ego che far piacere a chi si trova a ricevere un qualcosa che non comprende appieno o che addirittura non apprezza.
Ci si potrebbe trovare nella situazione di aver messo in imbarazzo e costretto ad esprimere gratitudine qualcuno che nelle nostre foto vede solo delle “croste”.
Ma è anche vero che le cose possono andare in modo diverso. Può capitare che vengano sinceramente apprezzate da persone che rimangono colpite e affascinate. Sarebbe un peccato che questo non avvenisse.
E allora che fare?
Tenersi le foto, magari limitandosi a condividerle online solo con altri appassionati di fotografia o “rischiare” la reazione del mondo reale?
Io propendo per la seconda ipotesi.
Ogni tanto prova ad “esporti” e regala qualche fotografia, preparale come dei lavori finiti, presentale per quello che sono e rappresentano per te, condividile in modo tangibile, materiale, ovviamente evitando inutili enfasi.
Le tue foto passeranno di mano in mano e verranno viste da chi magari altrimenti non le avrebbe mai potute guardare e toccare.
Potrai scoprire soddisfazioni inaspettate.

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Quanta ricerca ed attenzione per riuscire a riportare la realtà tridimensionale nelle due dimensioni delle nostre fotografie… E’ quasi una costante di fondo.
Ma cosa succede quando il soggetto è bidimensionale?

Ecco che può accedere qualcosa di curioso. La fotografia può aggiungere profondità ad un soggetto che non ne ha.

Sugimoto - polar bear

Polar Bear 1976 - Copyright Hiroshi Sugimoto.

Nel 1974, agli inizi della sua carriera, il fotografo giapponese Hiroshi Sugimoto scattò delle foto ai diorami del museo di storia naturale di New York.
Chi ha avuto occasione di vederli dal vivo può testimoniare che si tratta di realizzazioni piuttosto artificiose: animali imbalsamati con sfondi piatti quasi improbabili… ma ecco che fotografandoli succede qualcosa; assumono un realismo che dal vivo non hanno.

Ne scaturisce un concetto che è quasi un cardine di tutta la comunicazione visiva moderna e che Sugimoto ha sintetizzato nella frase : “However fake the subject, once photographed, it’s as good as real”.

Assolutamente vero.

🙂

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atget

Saint Cloud, 1921 - Eugene Atget

È una foto affascinante, un capolavoro di composizione. Osservala nei dettagli.
L’elemento fondamentale, il triangolo, è il cardine di tutta l’immagine. Ci sono gli alberi triangolari, le ombre, ma anche gli spicchi di spazio e di sfondo che l’autore ha cercato e trovato posizionando con grande cura la sua macchina fotografica. E’ bello scovarli via via nella foto, scoprendone di nuovi ogni volta ed intuendo che ce ne potrebbero essere molti di più di quanto non sembri a prima vista.
E’ un celebre scatto di Eugène Atget, uno dei più grandi maestri della Fotografia del Novecento.
Atget nacque a Libourne (Bordeaux) nel 1857 e, dopo un’infanzia non facile ed anche alcuni anni di vita di mare come mozzo nella marina mercantile francese, scoprì una vocazione artistica che lo condusse ad entrare in una compagnia teatrale. Non fu una lunga carriera, dei problemi alle corde vocali lo costrinsero a cambiare attività, ma l’attrazione per l’arte lo avvicinò all’ambiente della pittura.

atget_ragpicker

Ragpicker 1899 - Eugene Atget

Atget scoprì presto che attraverso la fotografia avrebbe potuto sia mantenersi che dar sfogo alla sua vena creativa. Iniziò così un’attività che lo vide pioniere nella fotografia architettonica e di strada e si specializzò in soggetti cittadini che vendeva ai pittori di Montparnasse.
Non aveva formazione di base in arti visive ma solo un gran talento oltre ad un notevole interesse ed amore per una Parigi che stava ormai cambiando, cedendo alla progressiva modernizzazione.
Questo amore lo portò a cercare inquadrature e scorci che ritraevano una città che si sarebbe presto modificata e fu proprio così che ad un certo punto la Biblioteca Nazionale di Francia, valutando l’interesse documentaristico del suo lavoro, acquistò tutta la sua produzione.
Atget morì nel 1927 ed il suo successo fu praticamente tutto postumo.
E’ considerato uno dei grandi, uno dei principali pionieri della fotografia documentaristica e di strada ed è uno dei miei fotografi preferiti in assoluto.

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Zissou

Zissou, 1911 - Photography by J.H.Lartigue©Ministère de la Culture-France/AAJHL

Ho conosciuto musicisti alla perenne ricerca del suono perfetto, della qualità assoluta dell’audio nelle registrazioni. La  loro ricerca di perfezione era tale da distoglierli quasi totalmente dal loro vero obiettivo: quello di produrre buona musica.

Per alcune persone,  il perfezionismo è un qualcosa che ha uno stretto legame con la procrastinazione. L’autocritica e la preoccupazione di produrre qualcosa che gli altri non potranno denigrare può portare a non completare e produrre un bel niente.
E’ un caso che non credo di essere il solo a conoscere.

Ci sono un sacco di bravi fotografi che, presi in questa sorta di trappola, tengono il loro lavoro chiuso in un cassetto, aspettando eternamente che sia “perfetto” prima di pubblicarlo e renderlo visibile agli altri. In genere le motivazioni che vengono addotte sono sempre di natura tecnica e mai artistica, come se in qualche modo la tecnica contasse di più…

Quasi sempre il perfezionismo non è altro che procrastinazione ed insicurezza.

Spesso si sente dire che i grandi artisti sono dei perfezionisti.
Ecco, forse questo è uno di quei dettagli che li contraddistingue. Il riuscire a bilanciare la voglia di perfezione con il saper intuire quando accontentarsi ed esporsi. E forse anche la capacità di saper gestire gli aspetti tecnici in modo tale da impedire che divengano prevalenti o, peggio, un ostacolo alla creatività.

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Attivazione reticolare

Attivazione reticolare - © Copyright 2009 Pega

Richard Avedon una volta disse : “I miei ritratti parlano molto più di me stesso che delle persone che fotografo”.

Più di una volta mi è capitato di pensare che probabilmente, non solo questa frase è estendibile a tutti noi, ma che è valida anche per tutte le foto che ritratti non sono.

Le foto che scattiamo sono un prodotto diretto del nostro essere, del modo di pensare e vedere le cose, della nostra cultura e dei simboli che usiamo per comunicare.
Sono un’espressione di quello che siamo.

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Questo post è dedicato ad un’altra tra le tante risposte che ho ricevuto alla mia domanda “Una sola Fotografia”.

E’ il punto di vista, creativo ed ispirato di Martino Meli, che ho avuto il piacere di intervistare proprio in questo blog.

La sua risposta è di per sè un prodotto artistico che io trovo semplicemente straordinario. La inserisco qui sotto senza alcuna ulteriore aggiunta.

Appartenenza - © Copyright Martino Meli

“Adveniat pestis imaginorum

Se dovessi scegliere un’immagine da salvare in caso di ‘catastrofe iconografica’ non avrei dubbi:
questo è un disegno fotogenico con particolari contenuti, e l’ho scelto per alcuni motivi che brevemente accenno.
 Primo: il disegno fotogenico è una fotografia ma non è realizzato mediante l’uso della macchina fotografica (e se durante la “catastrofe iconografica” spariscono le immagini credo che sparirebbero anche le macchine fotografiche). Secondo: il contenuto di questo disegno fotogenico è composto da una foglia che simboleggia la Natura e da un messaggio, riferimento alla comunicazione diretta attraverso la parola scritta. Il concetto espresso è autobiografico in quanto lega l’autore (me stesso) al tema del Mediterraneo di cui si sente figlio mediante la citazione di Jean-Claude Izzo. Dunque il riferimento linguistico e concettuale è amplificato. Terzo: i primi esempi di disegno fotogenico si attribuiscono a William Henry Fox Talbot, intorno agli anni Trenta del secolo XIX. Erano gli albori della fotografia e questa tecnica sancisce il distacco dalla Pittura, dominatrice incontrastata fino ad allora. Quarto: il disegno fotogenico ha una forte valenza artistica poiché è un pezzo unico, fotocopiabile
sì, ma non riproducibile (se ne riproduce al massimo la sua immagine).
 

Martino Meli

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Grazie Martino, un fantastico contributo!  

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Esattamente 108 anni fa nasceva uno dei fotografi più influenti e famosi della storia: Ansel Adams.
Credo che sia superfluo scrivere un post sulla vita e le opere di questo grande maestro ma in questo giorno voglio proporre un breve video come piccolo omaggio a questo straordinario protagonista della fotografia del ventesimo secolo… e chissà, forse anche del ventunesimo…

Buon Compleanno Ansel.

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Caos ciclico

Caos ciclico - © Copyright 2008 Pega

Sarà una deformazione derivata da altre mie attività, ma a volte trovo utile provare a costruire una traccia, o meglio una vera e propria checklist, che mi aiuti a fare le cose.
E’ un metodo che a volte ridicolo ma che spesso può fare la differenza tra un risultato accettabile ed un fallimento. Perchè quindi non provare con la fotografia?
Farsi delle domande prima di scattare potrebbe essere la chiave per migliorare e per fotografare in un modo che sia il più possibile attivo e creativo.
L’approccio può essere del tutto personale e bilanciato in modo variabile a seconda delle proprie inclinazioni, dando più o meno importanza agli aspetti artistici o tecnici.
Ecco un mio propotipo di checklist che sto provando a seguire prima di effettuare uno scatto…
Delle semplici domande da farsi sul momento, non tanto per cercare sempre e comunque delle risposte, quanto per approfondire le ragioni che ci spingono a fare proprio quella fotografia. 

1 – Qual’è il soggetto della foto?

2 – Mi interessa davvero questo soggetto?

3 – Questo soggetto potrà interessare a qualcun altro oltre che a me?

4 – La foto racconterà una storia? Quale?

5 – La foto mi emozionerà? Farà emozionare?

6 – La foto potrebbe offendere qualcuno?

7 – Sarà una foto che mi interesserà anche tra tanto tempo?

Non so se hai mai provato a fare qualcosa del genere. Magari lo fai già in modo istintivo, ma la mia idea è di portare a livello cosciente questa sorta di analisi.
Sicuramente è una pratica che può avere le sue controindicazioni, ad esempio ha una certa azione inibitoria… e tende a far ridurre un po’ il numero di scatti.
E’ solo un’idea. Ancora una volta si tratta di un piccolo esperimento, un semplice metodo per fare un po’ di autocritica ed uno stimolo a far foto più interessanti.

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Nel 2008 il giornalista Gene Weingarten vinse il premio Pulitzer per un esperimento che aveva ideato e condotto a proposito della capacità del pubblico di saper apprezzare e riconoscere la qualità artistica.

L’esperimento consisteva nell’aver fatto suonare il famoso violinista Joshua Bell in una stazione della metropolitana di Whashington, filmando la reazione dei passanti.

In quei giorni Bell stava provocando dei veri e propri “tutto esaurito” con i suoi concerti in teatri da 100 dollari a biglietto, ma nei 45 minuti di performance nella metropolitana solo sette persone si fermarono ad ascoltare e l’incasso si fermò a poco più di 20 dollari.

L’evento fu ripreso  da una telecamera nascosta. Puoi vedere il video qui sotto.  

Possibile che il nostro ritmo di vita e la sempre maggiore attitudine al superficiale ed al “mordi e fuggi” ci stia rendendo sempre più sordi o ciechi ?

E’ immediato pensare come la stessa identica cosa possa succedere con la fotografia…

A domani per alcune altre considerazioni a questo proposito…

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Lo Zen e il tiro con l'arco

Lo Zen e il tiro con l’arco

C’è uno splendida lettura che più o meno tutti abbiamo fatto.
“Lo Zen e il tiro con l’arco” è un piccolo libro scritto da Eugen Herrigel, un professore di filosofia tedesco che scelse di imparare in modo classico l’arte del tiro con l’arco in Giappone, affidandosi quindi ad un “Sensei” : un maestro Zen appunto.

Herrigel ne ricavò una importante esperienza di vita, qualcosa che lo cambiò dall’interno e nel libro questa intensità c’è tutta.

E’ una lettura sovente suggerita da qualcuno che ne è rimasto giustamente affascinato o che comunque lo ritiene un piccolo gioiello da condividere.

Ritrovandolo su uno scaffale della mia libreria ho deciso di rileggerlo (e lo si fa in un’oretta dato che sono circa novanta pagine) provando a fare quello che con lo Zen si può praticamente sempre: modificare totalmente l’oggetto dell’arte di cui si parla in origine, mantenendo però intatta la filosofia… lasciando quindi inalterato l’approccio.

E così ho riletto il libro sostituendo la parola “arco” con “macchina fotografica” e “bersaglio” con “soggetto. Lo “scoccare della freccia” diviene il “far scattare l’otturatore” ed il “volo” di questa si trasforma nel concetto di “‘esposizione”.

E’ meraviglioso.
Te lo consiglio di cuore.

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