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Sharp shadow on worker

Sharp shadow on worker – © Copyright 2009 Pega

Quante volte si rimane delusi quando un commento ad una nostra foto è semplicemente del tipo “bella”, “brutta”, “mi piace”, “non mi piace”….
Non parlo solo di quello che avviene su piattaforme di photosharing come Flickr, dove l’agglomerarsi di commenti più o meno sinceri è parte del gioco, parlo soprattutto di quello che ci viene detto “dal vivo” dalle persone a cui mostriamo una foto.
A volte un commento di questo tipo, anche se apparentemente positivo può proprio deprimere.
Come fare per cambiare questa situazione in un’occasione di riscontro costruttivo?
Credo che una possibile via stia nel provare ad approfondire un poco le impressioni che la persona che abbiamo davanti ha realmente ricavato dalla foto.
Ad esempio potremo chiedergli: “Che cos’è in particolare che ti piace/non ti piace in questa foto?”, “Che sensazioni o emozioni ti trasmette?”, “A cosa ti fa pensare?”.
Sono domande che dovrebbero spingere ad esprimere meglio i motivi del giudizio ed aiutarci a capire se e quanto poter far tesoro di una critica o gioire di un complimento.
Non è comunque un qualcosa di facile.
Molto spesso i commenti degli altri sulle tue immagini ti diranno molto di più su chi sono i tuoi commentatori che non sul reale valore della tua fotografia.

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Trendy elements

Trendy elements – © Copyright 2009 Pega

a fotografia è un’arte strettamente connessa allo strumento necessario per realizzarla ed è tra le forme espressive che ha visto una maggiore evoluzione di questo strumento nel corso degli anni.
L’evoluzione della macchina fotografica ha pian piano avvicinato un grandissimo numero di persone alla fotografia. E’ un un percorso che possiamo dire iniziato nel dopoguerra con la diffusione delle fotocamere di piccolo formato, e continuato fino ai giorni nostri con l’accelerazione portata dal digitale attraverso le compatte ed i telefonini dotati di videofotocamera.
Questi decenni di automatismi sempre più evoluti ed efficaci hanno reso via via più semplici e facili da usare le macchine fotografiche, riducendo la necessità di possedere una solida preparazione per essere in grado di fare delle belle foto, almeno dal punto di vista tecnico s’intende. Esiste di conseguenza la possibilità di fare fotografia in modo quasi totalmente passivo, limitandosi ad “inquadrare e scattare”.
E’ un atteggiamento contrapposto a quello classico, quello più accademico, di chi invece vede nella fotografia una disciplina attiva che richiede applicazione. E’ l’impostazione che esiste in tutte le altre forme d’arte che necessitano un artista preparato a creare: la pittura ad esempio, ma anche la narrazione scritta o la musica…
Alla luce di questo doppio approccio che contribuisce a rendere la fotografia così affascinante ed in continua mutazione, evoluzione e diffusione, possiamo comunque considerare anche la fotografia passiva una vera e propria forma d’arte?

Tu che ne pensi?

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Distracted by a glamorous fan

Distracted by a glamorous fan - © Copyright 2009 Pega

Di qualunque tipo di attività si parli, tutti abbiamo un’area di azione in cui ci sentiamo a proprio agio e che preferiamo non lasciare.

Per la fotografia questa “comfort zone” può essere ad esempio l’insieme di abitudini e tecniche che abbiamo sviluppato, oppure il tipo di immagini che preferiamo fare, o anche una serie di luoghi che prediligiamo.

Mi rendo conto che questa “zona di confidenza” può essere facilmente confusa con quello che normalmente chiamiamo ed intendiamo come “di proprio gusto”, o forse anche come “stile”, però non si tratta esattamente della stessa cosa. La linea di demarcazione è sottile ma almeno in questo post mi riferisco ad altro.

Io parlo del fatto che c’è ad esempio chi preferisce usare solo ad alcune impostazioni della sua fotocamera, chi si limita al bianco e nero o sceglie solo alcune tipologie di soggetti non per una precisa scelta stilistica ma perchè in qualche modo si sente più a suo agio così.

Ecco: provare a far capolino fuori da questa “zona” ed addentrarsi in nuovi terreni può riservare piacevoli sorprese. Come tutti i cambiamenti potrà essere più o meno faticoso ma può valerne la pena.

Pensa un po’ alla tua personale “comfort zone” e prova ad individuarne i confini.
C’è qualcosa che fotograficamente non ti spingi a fare perchè non ti ci senti a tuo agio? Che non ti sembra nelle tue possibilità? O che ti sembra che non ti piaccia?

Beh, prova a dedicare una piccola porzione del tuo tempo ad esplorare proprio in quelle direzioni dove non ti senti a tuo agio. Non deve essere un cambiamento delle tue abitudini ma solo un esperimento.
Potrebbe venirne fuori qualcosa di interessante.

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NG1975

Una copertina NG del 1975

“Learn f/8 and Be There” (trad libera: imposta f/8 e trovati sul posto) è una frase che pare abbia avuto origine nell’epoca del grande sviluppo della rivista National Geographic, divenendo poi un refrain molto noto nel mondo della fotografia di reportage e naturalistica.
Erano anni in cui i manager della testata ed i direttori della fotografia spingevano i reporter della rivista a recarsi in giro per il mondo ed a scattare nei luoghi più remoti, alla ricerca di immagini di qualità che descrivessero la bellezza della natura o che raccontassero storie in cui il lettore potesse sentirsi coinvolto.
Il Be There era quindi un imperativo che voleva indicare un atteggiamento di necessaria presenza sul luogo, quasi un’immersione del fotografo nella scena e nell’azione. Qualcosa che negli anni successivi è stato poi ribattezzato, specie in ambito bellico, “embedded” (in questo caso vado per la traduzione quasi letterale “a letto insieme“).
L’f/8 si riferisce invece alla ricerca del massimo realismo, di foto con buona profondità di campo e massima nitidezza che, in quasi tutte le lenti, si trova nei settaggi di apertura intermedi (f/8 – f/11 tipicamente) anche chiamata con il nome “sweet spot”.
Va detto che riguardo a questa “direttiva” ci sono stati illustri dissidenti, come il mitico Steve McCurry che di questa massima aveva fatto sicuramente sua la seconda parte (be there), ma a vedere gli splendidi sfuocati delle sue foto direi che sulla prima (f/8) se ne fregava abbastanza…
🙂

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Gallo Cristallo

Gallo Cristallo - © Copyright 2009 Pega

Prendi un bambino, un bambino che sa a malapena camminare e mettigli in mano il necessario per dipingere.
Inizierà a tracciare dei segni su quel foglio, passerà il pennello sulla carta fino ad esaurire l’inchiostro, poi lo intingerà di nuovo, continuando a tracciare dei segni.
Poi forse deciderà di provare un altro colore e traccerà altri segni.
E ancora.

Non ne verrà fuori un capolavoro di tecnica, ma per lui quella sarà una sua creazione, una sua forma espressiva nata senza vincoli o timori di giudizio. Sarà una sua opera; l’opera di un artista.

E’ vero. Da piccoli siamo tutti artisti, si tratta della nostra natura. Ogni occasione è buona per lasciare il proprio segno, per dichiarare “Ecco questo l’ho fatto io. E’ una mia creazione”.

Poi arrivano le regole, i paragoni, la razionalità, la critica. E piano piano iniziamo a perdere la capacità di saperci esprimere in modo totalmente libero.
E’ un percorso in cui con le esperienze e l’apprendimento formiamo un reticolato di parametri che imbriglia il nostro istinto di artisti naturali… Per qualcuno questa è la strada per una crescita artistica che può arrivare a livelli altissimi, per molti altri è la perdita della capacità di saper liberare la propria vena creativa. C’è l’inibizione, la paura di creare. Il terrore della critica.

Ma quel bambino è ancora in te.
Pensaci.

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Martino Meli

Martino Meli (m|art)

Oggi l’ospite del blog è un fotografo che rispetto molto ed ammiro per il suo talento e la sua passione.

Martino Meli fa sul serio.
Il suo è un approccio artistico, per certi versi classico, ma anche coraggioso, analogico, ricco di ricerca ed attenzione, studio, lentezza… Uno stream di immagini che affascina e coinvolge.

Ciao Martino.
Devo confessare che, seguendo il tuo album, è forte la curiosità di sapere qualcosa in più sulla tua fotografia. Come puoi descrivere il tuo lavoro?
Oggigiorno la fotografia è senza dubbio uno strumento democratico: chiunque è in grado di scattare una foto, è sufficiente possedere un telefono cellulare… ma questa è una conquista recente ed è figlia dell’era digitale; lo sviluppo e la diffusione delle macchine fotografiche digitali permette una facilità estrema di gestione dell’immagine, i risultati sono sorprendenti e sicuramente si può affermare che questa tecnologia ha seppellito il sistema analogico tradizionale, almeno per quanto riguarda le attività quotidiane. Credo che la tecnologia digitale trovi una così vasta diffusione in quanto la rapidità con la quale è possibile rivedere immediatamente l’immagine catturata è ridotta ad un semplice click.
Invece la fotografia che mi sta a cuore è quella che si pratica per il semplice piacere di dare una interpretazione personale del mondo reale. La mia fotografia passa attraverso un percorso lento, un percorso analogico. Il processo fotografico è articolato da un sistema di operazioni mentali e manuali da applicare affinché sia possibile fermare il tempo (passato) in un presente continuo. L’immagine riferendosi alla matrice del linguaggio fotografico deve produrre piacere nel fotografo il quale trova completamente soddisfazione solo quando, in camera oscura, valuta l’effetto dell’immagine stampata, dell’oggetto tangibile.

Annarella

Annarella – Copyright 2009 Martino Meli

Raccontaci come nasce un tuo scatto.
Il processo fotografico è scandito da alcune fasi distinte, la prima delle quali è la visione preventiva dell’immagine: il fotografo ha in mente cosa fotografare, o perché è ispirato o perché la realtà che lo circonda gli suggerisce lo spunto convincente. Questa fase è prettamente mentale ed è qui che emerge in gran parte la capacità del fotografo di produrre un’immagine valida. La fase successiva è quella della scelta dell’attrezzatura idonea per tradurre in immagine ciò che è stato mentalmente ‘visto’. Mi riferisco dunque alla scelta della tipologia di macchina fotografica da usare, alla sensibilità e alla qualità della pellicola. Una volta sulla scena, si valuta l’intensità della luce ed ecco il momento di calibrare l’esposizione. La coppia tempo/diaframma che indica l’esposimetro è da ritenersi – a parer mio – solo un suggerimento: è il gusto del fotografo ad interpretarne la migliore efficacia. Non appena la macchina è impostata sui valori desiderati, si perfeziona l’inquadratura e si è pronti per lo scatto. Ovviamente le operazioni precedenti dovrebbero essere completate nel minor tempo possibile, soprattutto nel caso si debba “cogliere l’attimo”. Personalmente mi trovo spesso a chiudere l’otturatore in apnea per evitare ogni tipo di movimento involontario… è una reazione istintiva ma necessaria se la scena impone l’uso di tempi al di sotto di 1/30 di secondo e non si ha un cavalletto a portata di mano. Lo sviluppo della pellicola è la fase successiva all’acquisizione. Dalla scena si passa in camera oscura e solo adesso è possibile avere un panorama chiaro di come ancora sia possibile intervenire sull’immagine: infatti la fase di stampa – ultima nella sequenza – è caratterizzata dalle valutazioni fatte sul negativo. Questo approccio permette una metabolizzazione profonda dell’immagine da parte del fotografo che troverà la sintesi nella dimensione finale della foto.
Ciò che ho descritto è stato il modus operandi dei principali fotografi noti a tutti, quelli di cui si continua a condividere la loro ‘fotografia’, da Sebastião Salgado ad André Kertész, da Tina Modotti a Walker Evans, per citarne solo una parte infinitesima… Così io provo soddisfazione e piacere quando avviene la magia, ovvero quando la carta ancora immersa nella soluzione incomincia a rivelare l’immagine dalla quale è stata impressionata. E’ una magia che si ripete ogni volta ed ogni volta è sempre altissima la curiosità di assistere a questa metamorfosi chimica. Per me è un’esperienza formidabile ed inconsueta al tempo stesso poiché come in fase di ripresa si cerca la condizione di luminosità migliore, adesso si fugge la luce e la penombra è condizione necessaria al compimento dell’operazione.
Stando così le cose capisci bene che per me non è importante rivedere subito l’immagine appena catturata, il tempo passa in secondo piano e la rapidità di produzione della foto non ha più ragione d’essere. Il bello sta nell’attesa.
Per quanto ho detto sopra, i mezzi a mia disposizione mi permettono di gestire tutto il processo solo se utilizzo le pellicole in bianco e nero, ma ti assicuro che il lavoro non manca mai, gli errori sono sempre in agguato e la sfida sta proprio nell’evitarli.

Velocità

Velocità – Copyright 2009 Martino Meli

Quali sono i tuoi soggetti preferiti ?
Riferendomi ai canoni pittorici sui quali la fotografia si è sviluppata prediligo indagare lo spazio in relazione all’uomo, una sorta di fotografia documentaria, mirata ad interrogare i rapporti tra l’architettura e chi la vive. A proposito del rapporto tra pittura e fotografia ti racconto cosa ho pensato di realizzare in occasione dei cento anni del Manifesto di Filippo Tommaso Marinetti. Il tema che mi sono posto è stato quello di interpretare l’ideologia urbana del Futurismo attraverso la tecnica fotografica.

Arrivo in città – Copyright 2009 Martino Meli

Così sono nate Velocità e Arrivo in città : in queste due fotografie ho cercato di riassumere i concetti di dinamismo, velocità, ritmo e azione… ho utilizzato esposizioni multiple e ho ricreato il punto di vista di chi – alla guida di un veicolo supersonico – sovrasta la strada, o sconfinati binari; l’orizzonte incerto e indefinito contribuisce a conferire la sensazione dei sobbalzi che fanno apparire la vista traballante. Queste due foto sono state firmate, proprio come si fa con un quadro e in particolare come faceva Giacomo Balla apponendo il suffisso “dinamico” futur- al proprio nome. La fotografia è uno strumento versatile e creativo e queste caratteristiche sono proprio quelle che alimentano la voglia di scattare foto e di partecipare ai sistemi di condivisione quali flickr.

Ecco, che atteggiamento hai nei confronti di flickr?
Ho iniziato ad applicarmi alla fotografia proprio all’inizio della conversione analogico-digitale a cui quasi tutti i professionisti hanno dovuto sottostare. Da allora ho letto notizie demoralizzanti: l’analogico stava morendo velocemente… sembra che Kodak abbia smesso di produrre pellicole, che Agfa non produca più le pellicole a 25 ASA, che Ilford non produca più le carte a contrasto fisso, ecc ecc… ma con Flickr, ed internet in generale, ho scoperto che ci sono altre persone che hanno la mia stessa passione con le quali condivido informazioni utili e consigli di ogni sorta sull’attività analogica. Siamo in molti ancora ad utilizzare le pellicole e questo mi dà la speranza di poter continuare questo mio hobby anche nel prossimo futuro. Tramite Flickr ho scoperto anche il mondo Holga e tutta la dinastia di macchine ancora più “democratiche”: le toy camera con le quali è divertentissimo catturare immagini, usare flash colorati fare esposizioni multiple, e soprattutto sperimentare. La creatività soggettiva ed il proprio bagaglio culturale sono la linfa della fotografia.

Spoleto

Hai mai avuto occasione di esporre o pubblicare il tuo lavoro? Hai progetti di questo genere per il futuro?
Sì, e sono state bellissime esperienze. Ho partecipato a due collettive, una nel 2003 presso l’Elliot Braun in via Ponte alle Mosse a Firenze (esiste ancora??) ed un’altra nel 2006, in occasione di una manifestazione contro la Violenza organizzata al Parterre di Firenze. La prima esperienza personale invece fu organizzata presso Palazzo Cesi ad Acquasparta nel 2003, ne seguirono altre due nel 2004, presso il centro socioculturale di via Aminale a Terni e nel Chiostro di San Nicolò a Spoleto. Di quest’ultima ho un ricordo particolare perchè Spoleto è una città splendida e più o meno nello stesso periodo si inaugurava il Festival dei Due Mondi: un concentrato di arte musica e danza. L’ultima personale risale al 2005 presso Villa San Lorenzo a Sesto Fiorentino, comune in cui risiedo.
In una mostra è molto importante il formato di una immagine: potenzialmente qualsiasi immagine negativa o invertibile si può ingrandire quanto lo consente la tecnologia; ne consegue che la forma dell’immagine è solo relativa rispetto al resto della sua interpretazione spaziale, al contesto in cui è esposta. Il formato partecipa di una condizione mutevole e ambigua: più grande è e più si avvicina ad un’ampia estetica figurativa, soprattutto in relazione alla pittura. Questo credo sia un buon consiglio per rendere fruibile il proprio lavoro.
Infine c’è stata un’esperienza fuori dall’ordinario a cui sono particolarmente affezionato. Coinvolto dalla scrittrice Gianna Batistoni abbiamo partecipato ad un concorso foto-letterario, La Fabbrica dei Sogni è il titolo della foto che ho scelto, ma la vittoria sicuramente è merito delle parole di Gianna, ti invito a leggere…
[ www.flickr.com/photos/89181464@N00/3343938309/ ]

Un’ultima domanda: se tu avessi l’opportunità di incontrare un grande fotografo e ti fosse concesso di fargli una sola domanda, cosa gli chiederesti?
Se avessi l’opportunità di incontrare un grande fotografo morirei dalla voglia di bermi un caffè con Robert Capa e Gerda Taro, chiederei loro un bel sorriso, e… click!

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Ci tengo a ringraziare davvero Martino per la sua entusiastica risposta alla mia proposta di intervista e questo suo contributo al blog.
E c’è una cosa che voglio aggiungere: all’inizio di questo post ho usato per Martino Meli la parola “coraggioso”.
Il riferimento è a quel coraggio che è necessario per portare avanti una propria produzione artistica, le proprie idee estetiche, il proprio gusto con continuità, consistenza ed in modo semplice ma molto professionale. Senza eccessi ma anche senza per forza cedere a quel bisogno di “far finta” di non prendersi sul serio come va tanto di moda ora. Non so se ho reso il concetto. Prometto di riparlarne in un prossimo post.

Consiglio vivamente di approfondire e seguire il suo  album su Flickr. Lo trovi con lo pseudonimo m|art. Non te ne pentirai.

Alla prossima!

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Saint-Cloud, Paris 1921

Saint-Cloud, Paris 1921 - Eugene Atget


Ci sono domande che è stimolante e divertente porsi, in modo particolare se si è in compagnia. Questa per esempio è perfetta per una serata tra amici, specie se appassionati di fotografia o arti visive. Tra musicisti invece può scatenare un vero putiferio la domanda “quand’è che una band o un musicista è “commerciale”?” oppure per coinvolgere proprio tutti un “quand’è che si diventa grandi?”.

Ma a parte gli scherzi… quand’è che è arte?.
E’ una domanda che ha una storia millenaria, fiumi di scritti ed opinioni al proposito.
Io la pongo a te lettore di questo blog.
Sono abbastanza sicuro che te la sei già posta in passato, ma se così non fosse… eccola.
Se vuoi puoi esprimere il tuo pensiero in un commento qui sotto, oppure meditare in privato sulla tua personalissima risposta. Credo che l’importante sia provare a darne comunque un’interpretazione propria.

Nello spirito di condivisione che anima questo blog esprimo brevemente il mio punto di vista, cercando qui di sintetizzare al massimo, forse banalizzando un po’, ma lasciando aperta la porta a qualsiasi approfondimento.
E’ un punto di vista semplice e classico, per niente originale.

Secondo me l’arte è esclusivamente nell’occhio dell’osservatore. Sono il suo modo di vedere le cose, la sua cultura e le sue esperienze  che determinano la percezione che trae dall’opera e le emozioni che ne riceve.

Se per te è arte, anche se non lo è per il resto del mondo, è arte!

Art is in the eye of the beholder“.

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Red Entrance
Red Entrance – © Copyright 2008 Pega

Da qualche tempo ho ripreso a stampare in piccolo formato le foto che mi piacciono di più, quelle che in qualche modo mi trasmettono qualcosa.

E’ un’abitudine che avevo del tutto perso con il passaggio al digitale.
Si tratta di stampe di media qualità, delle 13×18 fatte con una inkjet usando carta fotografica. Niente di particolarmente professionale.
Non sono comunque molte queste stampe, e succede una cosa diversa rispetto a quanto mi capitava di fare ai vecchi tempi della pellicola e degli album che finivano sullo scaffale.

Queste piccole foto mi trovo a “tenerle in giro” per casa. Ho alcune semplici cornici da tavolo in plexiglass ed anche le solite calamite da frigorifero… l’idea è quella di tenerle in vista per un po’ di tempo, per poterle valutare “vivendoci insieme”.

Succede una cosa interessante.
Alcune immagini, che avevo stampato entusiasta, in qualche giorno mi risultano progressivamente sempre meno significative. In alcuni casi il mio personale giudizio sulla foto peggiora in modo radicale.
Con altre succede il contrario. Ci sono stampe che sembrano acquisire fascino col passare delle settimane, quasi come se il vederle lì, giorno dopo giorno, aggiunga in qualche modo nuove interpretazioni e significati.

In questo processo sicuramente si sperimenta quella che è la possibile attenuazione della carica emotiva della foto legata al momento dello scatto.

Inoltre il vedere e rivedere un’immagine, magari fugacemente o in momenti della giornata in cui normalmente non ci si mette ad esaminare le proprie foto (per esempio la mattina facendo colazione e scorgendo con la coda dell’occhio quella 13×18 attaccata al frigo) apporta un qualcosa di diverso da quella che è la normale esperienza di valutazione del proprio lavoro. 
Credo che in tutto questo giochi un ruolo importante anche la varietà di orari e stati d’animo in cui si ha occasione di osservare le immagini. Del resto ci sono molte ricerche che dimostrano quanto si percepiscano in modo diverso i colori a seconda dei momenti della giornata.
Quello che alla fine però ne viene fuori è un rapporto leggermente diverso con le proprie foto. E in qualche caso è una piacevole sorpresa, una piccola o grande soddisfazione.
E’ un esperimento che trovo interessante e che ti invito a fare.

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saturn
Ci sono state varie occasioni nella storia della scienza degli ultimi due secoli in cui la fotografia ha documentato in modo indelebile dei momenti importanti.

Guardando le immagini che la sonda Cassini ci sta inviando dalla sua orbita intorno a Saturno viene proprio da pensare che si tratti di uno di questi momenti.

Sono rimasto a lungo ad ammirare le foto scattate da questa sonda automatica creata e manovrata dall’uomo.
Sono foto meravigliose, degne di un grande maestro di arte astratta. Mi hanno affascinato sopratutto le immagini in bianco e nero, foto di grande qualità, non solo tecnica ma anche artistica.
Ho l’impressione che molti di questi scatti potrebbero fare splendida mostra di se in qualche importante galleria d’arte e sono convinto che anche tra molti anni potranno rappresentare qualcosa per chi li ammirerà.

Paul Strand una volta ha detto : “the most important decision a photographer makes is where to place the tripod“.

Ecco : la sonda Cassini ha scelto proprio un posto fantastico dove piazzare il treppiede… 🙂

Per chi volesse appofondire : http://ciclops.org e http://saturn.jpl.nasa.gov/photos/

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Dissenso generazionale

Dissenso generazionale - Copyright 2009 Pega

Un amico appassionato di fotografia mi raccontava, alcuni giorni fa, di come il suo portfolio sia criticato in maniera così diversa a seconda della persona che lo valuta.
Gli capitano sia stroncature totali che giudizi totalmente positivi. Entusiastiche proposte di lavoro e consigli di “lasciar perdere”…  riceve giudizi spesso fortemente diversi anche nel volgere della stessa giornata.
In qualche caso è una discreta prova per il morale…  una sorta di “montagne russe” dell’entusiasmo nei confronti del proprio lavoro. 

Devo dire che a volte ho impressioni simili e personalmente credo che spesso le opinioni degli altri spesso ci dicano molto di più su di loro che non sul nostro lavoro.

Tutte le volte che si crea qualcosa e lo si rende disponibile alla valutazione altrui, ci si trova trova davanti a qualcuno che lo apprezza sinceramente, a qualcun’altro che lo critica negativamente, qualche volta addirittura a qualcuno che per il contenuto del nostro lavoro ci disprezza. 
E’ questa la natura della creazione artistica : c’è sempre un critico ma c’è anche sempre un entusiasta.

Non ricordo chi ha detto questa frase ma la adoro : “You just can’t please all the people all the time… even if  you please some people exceedingly well some of the time”.

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