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Archive for the ‘Technique’ Category

Marmo rovente

Marmo rovente – © Copyright 2012, Pega

Insomma, siamo al novantanovesimo “weekend assignment”. L’idea è sempre quella di cimentarsi, un paio di volte al mese, con una piccola sfida fotografica e per questo weekend il tema che ti propongo è: angoli e spigoli.
Isolare e sfruttare le forme geometriche per farne il soggetto dei propri scatti è una pratica che a qualcuno riesce istintiva mentre ad altri richiede un po’ di pratica. In ogni caso è un esercizio formidabile per sviluppare la giusta attenzione a ciò che rimane tra gli ultime vere scelte ancora completamente nelle mani del fotografo moderno, un terreno su cui non esistono ausili o automatismi: la scelta compositiva.
Angoli e spigoli ce ne sono ovunque. Li trovi sia nelle forme naturali che nelle opere umane, li puoi cercare dove più ti piace oppure… creare, magari inventando inquadrature estrose.
In questi giorni prova a focalizzarti su questo tema e poi, se ti va, inserisci in un commento qui sotto, il link alla tua foto.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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jumpology halsman windsor

C’è un particolarissimo tipo di ritratto che il fotografo Philippe Halsman si divertiva a realizzare negli anni cinquanta e che lo rese celebre. Si tratta di una sorta di filosofia dello scatto che lui denominò “Jumpology“.
In quel periodo Halsman era stato incaricato dalla NBC di realizzare una serie di fotografie a personaggi molto famosi, tra cui importanti nomi dello spettacolo come Bob Hope e Marilyn Monroe, ma anche celebrità della scena politica come Richard Nixon, i coniugi Ford ed i Windsor.
Mentre svolgeva questo lavoro si accorse che chiedendo ai suoi soggetti di saltare e scattando quando questi si trovavano a mezz’aria, il risultato della foto diveniva più interessante.
Lo stesso Helsman disse: “Quando chiedi ad una persona di saltare, la sua attenzione si concentra principalmente sull’atto del salto e la maschera cade, rivelando la vera persona“.
Fu così che nel 1959 pubblicò un interessante libro intitolato Philippe Halsman’s Jump Book in cui, oltre ad una approfondita discussione sulla “Saltologia”, appaiono ben 178 celebrità ritratte a mezz’aria.
Confesso che sono rimasto proprio incuriosito da questa cosa e non ho potuto fare a meno di provarci…
🙂

Basic Magic

Basic Magic – © Copyright 2010 Pega

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Buon Natale Cinemagraphs

Copyright Jamie Beck

I Cinemagraphs sono fotografie con elementi in movimento, una forma d’arte in cui si sono specializzati il grafico creativo Kevin Burg e la fotografa Jamie Beck, creando un filone che sta riscuotendo un discreto successo, sopratutto negli Stati Uniti, dove alcuni marchi importanti hanno iniziato ad usare questo tipo di immagini per la propria comunicazione.
La natura mista di questa, che è forse limitativo chiamare solo tecnica, la rende particolare: il Cinemagraph mantiene tutta la capacità evocativa dell’istante fotografico ma, in aggiunta, gode della forza dinamica tipica delle immagini in movimento.
La realizzazione prevede la ripresa del soggetto sia con tecnica fotografica che in video, usando la stessa fotocamera. Nella successiva fase di postproduzione vengono miscelati gli elementi in movimento e realizzato il prodotto finale che non è altro che una GIF animata.
Visitando il sito di Jamie Beck ne ho trovati di veramente belli, in grado di trasmettere un’atmosfera quasi magica. Immaginandoli visualizzati su uno schermo molto grande, ho pensato che alcuni potrebbero risultare veramente ipnotici.
Insomma la fotografia che esce dalla frazione di secondo in cui è stata scattata; una sorta di paradosso visivo molto interessante.

Lincoln - Cinemagraph

Lincoln – Copyright Jamie Beck

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Cinemagraphs™ è un marchio registrato di Jamie Beck & Kevin Burg

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Bresson_by_Burri 1Bresson_by_Burri 2
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Ed eccolo il mitico HCB, che si sporge da una finestra sulla Fifth Avenue per fotografare qualcosa che ha attirato la sua attenzione giù per strada.
Per questo dodicesimo appuntamento con il cortocircuito fotografico, serie dedicata ai fotografi fotografati, siamo a New York, nel palazzo dove ha sede Magnum Photos.
In queste due immagini Cartier Bresson è immortalato da un collega, anche lui membro della mitica agenzia: René Burri.
Mentre gli scatti ed il nome di Bresson, il maestro del “momento decisivo”, sono universalmente noti anche al di fuori del mondo degli appassionati di fotografia, quelli di René Burri non godono della stessa fama. Eppure questo importante personaggio può essere senz’altro considerato tra le più influenti figure della fotografia dello scorso secolo, in particolare per il ruolo che lo ha reso protagonista della trasformazione artistica del reportage.
Nato a Zurigo nel 1933, Burri si interessò, prima che di fotografia, di pittura e cinema. Fu coinvolto nelle attività dell’agenzia Magnum dal suo collega ed amico Werner Bischof che lo presentò agli altri soci con un reportage sulla vita dei bambini sordomuti, che fu subito pubblicato in prestigiose riviste tra cui Life.
Viaggerà in tutto il mondo per Magnum, divenendone anche presidente negli anni ottanta, sviluppando uno stile profondo e personale, caratterizzato da scelte formali rigorose, ma con una visione del mondo garbata e profondamente umana, sempre condita da una immancabile dose di ironia.
Celebri sono i suoi reportage su Picasso, Giacometti e Le Corbusier, come anche quelli su Fidel Castro e Che Guevara. Immagini spesso note al grande pubblico molto più del loro autore.

I precedenti cortocircuiti fotografici:

#1: Eugene Atget fotografato da Berenice Abbott
#2: Berenice Abbott fotografata da Hank O’Neal
#3: Edward Weston fotografato da Tina Modotti
#4: Tina Modotti fotografata da Edward Weston
#5: Alfred Stieglitz fotografato da Gertrude Käsebier
#6: Steve McCurry fotografato da Tim Mantoani
#7: Robert Capa fotografato da Gerda Taro
#8: Gerda Taro fotografata da Robert Capa
#9: Robert Mapplethorpe (con Patti Smith) fotografati da Norman Seef
#10: Szarkowski fotografato da Winogrand fotografato da Friedlander
#11: Andy Warhol fotografato da Robert Mapplethorpe

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Go Pro

Copyright Axel Tritton

Ci sono situazioni in cui non basta appoggiare la macchina da qualche parte per farsi un autoscatto. Ad Axel Tritton, qui sopra, non sarebbe stato sufficiente nemmeno un buon treppiede e neanche un passante disponibile a premere il pulsante di scatto. Forse un palloncino ad elio con appesa la fotocamera avrebbe potuto fare al suo caso ma, in effetti, un buon bastone telescopico era la soluzione più semplice.
Axel ed il suo collega avevano appena passato la notte appesi alla parete di El Capitan, nel parco Yosemite ed un autoscatto proprio ci stava bene.
A volte farsi un bel “self” è un ottimo modo per documentare un’esperienza personale e, anche quando non si tratta di una scalata di tre giorni su una parete a picco in California, realizzare autonomamente una foto che documenti un momento memorabile, è un’opportunità che ogni buon fotografo non dovrebbe mai lasciarsi sfuggire.
E così, pensando a qualche tua prossima avventura, valuta quale potrebbe essere l’accessorio ideale per un autoscatto memorabile. Sì, ok, il bastone telescopico è carino, ma sai quale sarebbe un’altra idea? Un drone volante radiocomandato!
😀 😀 😀
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Carl Zeiss Planar 50mm f0,7

Qual’è la tua miglior lente? Hai un bel tele Nikkor? Un cinquantino Canon? Oppure vanti uno splendido grandangolo Zeiss?
Aspetta a rispondere. Prima voglio proporti una frase di Ernst Haas, fotografo austriaco a lungo presidente dell’agenzia Magnum:

The most important lens you have is your legs.

L’obiettivo più importante che hai a disposizione sono le tue gambe. Aveva ragione, non c’è strumento più efficace ed è proprio questo il segreto che ha reso tali molti scatti famosi, in particolare le immagini dei maestri del reportage, come era lo stesso Ernst Haas.
La capacità del fotografo di muoversi, trovare la giusta posizione ed inquadratura, piegarsi, avvicinarsi o allontanarsi dal soggetto scegliendo quanto interagire con lo stesso, sono elementi che nessuna lente o zoom può sostituire, indipendentemente dalla qualità tecnica che può offrire.
Questa componente di movimento e ricerca è istintiva ma talvolta sottovalutata da chi, oggi, si avvicina ad una fotografia fatta di megapixel, gadget ed automatismi che rendono il fotografo più statico e paradossalmente inibiscono proprio questo atteggiamento creativo.
Pensaci la prossima volta che ruoti la ghiera dello zoom invece di fare qualche passo avanti o di piegarti sulle ginocchia per cercare un’inquadratura migliore.
La fotografia è fatta anche di gambe.
Ma occhio ai menischi. 🙂 🙂 🙂

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Guzman Sì, la luce è tutto. Guarda questo video, realizzato da Nacho Guzman, in cui la modella viene ritratta con luci che cambiano di colore, ruotano e modificano continuamente la loro posizione.
Il risultato è quasi ipnotico, trasmette un certo senso di inquietudine.
Ci sono momenti in cui il volto si trasforma così tanto da sembrare una persona diversa. Veramente impressionante.
Credo che, dopo averlo visto, sarà difficile lasciare al caso l’illuminazione dei nostri prossimi ritratti…

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Pinolaroid by Pega

Pinolaroid – © Copyright 2013, Pega

L’idea era di cercare una sorta di sintesi tra la semplicità della fotografia stenopeica e l’immediatezza di quella istantanea. Nasce così un aggeggio che avevo in mente da un po’ di tempo: la Pinolaroid.
La Pinolaroid non è altro che una fotocamera pinhole montata su un dorso Polaroid a strappo, quindi utilizzabile con pellicole Fuji serie FP.
Non ci sono complicazioni particolari: il foro l’ho fatto bucando un pezzetto di alluminio ricavato da una lattina (esattamente come per la Pinola), mentre il corpo macchina è costituito da una scatola in legno trovata all’Ikea.
Per il momento non c’è otturatore. Il dorso Polaroid, reperito su Ebay, è dotato di una paratia mobile di protezione del fotogramma e, dato che le esposizioni con questa rudimentale fotocamera sono quasi sempre piuttosto lunghe (con un foro di 0.6mm risulta un diaframma f/67), sfilare e reinfilare la paratia non è un problema.
La Pinolaroid non è dotata di mirino, così per aiutare il posizionamento ho messo una piccola livella a bolla e l’indispensabile dado per l’attacco al treppiede. Ho poi aggiunto un porta filtri per poterla utilizzare con filtri Neutral Density, molto utili quando le condizioni di maggiore luminosità porterebbero a tempi troppo veloci per essere gestiti senza un otturatore vero e proprio.

Alcune pinolaroids scattate con amici fotografi

Flickeriani visti con la Pinolaroid

Il progetto è in divenire e non la considero completa, ho comunque iniziato a fare i primi scatti, trovando subito conferma del fascino che può avere la fotografia istantanea attraverso il foro stenopeico.
Qualche grattacapo lo trovo nel calcolo dei tempi, alterato dal rilevante difetto di reciprocità manifestato dalle pellicole Fuji FP. Sono le stesse con cui mi ero abituato a scattare usando le mie Polaroid “normali” ma, con i lunghi tempi a cui costringe il foro stenopeico, le cose sono molto diverse. Esposizioni teoriche di secondi divengono di minuti quando correttamente compensate per il fattore di reciprocità e, se la luce è scarsa, è facile trovarsi a tempi che superano intere mezz’ore o anche molto di più.

Fantasmi - pinolaroid

Fantasmi – Copyright 2013, Pega

Insomma, mi sto proprio divertendo con questo aggeggio, in particolare a fare interni e ritratti.
I primi sfruttando le peculiarità della macchina stenopeica, che in pratica si comporta come se fosse dotata di un’ottica grandangolare spinta, ma senza alcuna curvatura delle linee.
I secondi mi affascinano specie per l’effetto, un po’ misterioso e “antico”, introdotto dai lunghi tempi di esposizione, che costringono i soggetti ad assumere e mantenere pose interminabili che la fotografia moderna ha dimenticato. Ma di questo credo che non mancherò di raccontarti con maggiore dettaglio in qualche prossimo post.

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Chance Meeting

Chance Meeting – © Copyright Duane Michals

Una delle idee creative che, nonostante i miei buoni propositi, non sono mai riuscito ad esplorare, è ispirata al lavoro di un nome che forse conosci, ma forse anche no.
Vidi per la prima volta il lavoro di Duane Michals quasi per caso parecchio tempo fa, guardando le immagini che accompagnavano l’album “Sincronicity” dei Police ed andando a cercare chi fosse il fotografo. Da allora mi è capitato solo raramente di incontrare le sue foto, ma ogni volta che succede ne rimango sempre colpito.

Michals propone un tipo di fotografia che a me appare quasi antitetica rispetto all’approccio dei grandi maestri dell'”attimo decisivo”, il suo stile tende a dilatare il momento e a descrivere un breve lasso di tempo attraverso una serie di fotogrammi realizzati in sequenza.
Ne è un esempio il lavoro sopra intitolato Chance Meeting, una serie di fotografie che mostra due uomini che si incrociano per strada. Un’idea che trovo molto interessante per come spinge l’osservatore a proiettarci una storia, anzi ben più di una.
Michals ha realizzato parecchie di queste sequenze fotografiche, a volte costruendole a volte catturandole, comunque proponendo ogni volta diverse chiavi di lettura che possono andare dall’umorismo alla sensazione di inquietudine.
È un filone creativo che trovo davvero interessante e che, secondo me, spinge a provarci con proprie storie e idee.

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Ragazza orecchino perla cosplay

La ragazza con l’orecchino di perla @LuccaComics – Polaroid © Copyright 2013, Pega

Da qualche anno vado regolarmente a far foto al Lucca Comics, è una manifestazione che mi piace molto, con tutta la sua carica di entusiasmo e divertimento che riempie le strade. Al Comics, nonostante riconosca meno della metà dei personaggi cosplay che incrocio, mi sento stranamente a casa.
In genere rientro a sera con schede piene di scatti, una sorta di indigestione fotografica tutta figlia del digitale e della conseguente facilità con cui si può scattare senza troppe preoccupazioni, ma quest’anno c’era un fattore diverso: la mia reflex digitale in laboratorio per una riparazione. Che fare quindi? Beh, potevo chiedere a qualcuno una macchina in prestito, ma ho pensato di fare qualcosa di differente: sono andato a Lucca con la Polaroid a strappo ed un solo caricatore da dieci foto, nient’altro.
È stata un’esperienza nuova. Circondato da schiere di cosplay e gran quantità di persone dotate di fotocamere digitali, libere di dar sfogo ad una sorta di bulimia fotografica, mi sono aggirato per i bastioni e le vie del centro con i miei soli dieci miseri scatti. Dieci esposizioni da soppesare e succhiellare, con la consapevolezza di dovermele far bastare.
E così ogni foto è diventata importante, lenta, studiata. Scelta del soggetto più accurata, occhio alla luce, più attenzione alla composizione e allo sfondo.
Poi la componente Polaroid: inquadratura un po’ incerta nel mirino a telemetro, messa a fuoco manuale, esposizione a occhio. Dopo lo scatto lo strappo e l’attesa del risultato, quei due minuti per vedere “com’è venuta”, la stampa ed il negativo appesi ai pantaloni con una clip per asciugarli continuando a vagare nella folla.
È stato diverso e divertente fare queste dieci foto. Ne sono molto soddisfatto.
Ciao Lucca, appuntamento al prossimo anno!

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