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Il ritratto fotografico cattura un brevissimo istante, cerca di congelare in quella frazione di secondo l’essenza di una persona, le sue emozioni e la sua intensità. Quando a realizzarlo è un fotografo di talento si tratta di una meravigliosa forma d’arte che, nonostante la relativa “giovinezza” della fotografia, affonda le sue radici nella storia dell’umanità.

LongPortraitIl “long portrait” è un ulteriore passo avanti.
L’idea è incredibilmente semplice: si tratta di creare le stesse condizioni di un ritratto tradizionale ma invece di realizzare “solo” una foto si realizza un breve video.
Non ci sono altri elementi oltre alla persona ritratta, è un’unica scena con una inquadratura fissa, non ci sono musiche o parlato e la durata può essere di alcune decine di secondi o qualche minuto.
I risultati che ne scaturiscono possono avere un’intensità veramente notevole.

Come esempio voglio portarti uno dei long portrait realizzati dal fotografo newyorkese Clayton Cubitt, un artista dallo stile crudo e molto diretto, che da tempo sperimenta questa forma di ritratto.
Cubitt ha chiesto a Graciella Longoria di posare nel giorno del primo anniversario della morte del padre della modella in un incidente stradale.

E’ un’opera decisamente intensa e particolare. Può piacere o meno.
Io ne sono rimasto piuttosto colpito.
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Qui altri video e long portrait di Clayton Cubitt su Vimeo.

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Super Group !

Questa si che è una foto di gruppo!
L’ha scattata Mark Pain, fotografo del Mail on Sunday che si trovava sul green della Ryder Cup.
La pallina, malamente colpita da Tiger Woods, è andata a finire direttamente sulla macchina fotografica di Pain, proprio mentre stava scattando. Un tiro pessimo ma un’immagine straordinaria.
E a parte l’aneddoto sportivo del tiro sbagliato (che per inciso non ha influito sulla vittoria) trovo che si tratti di una foto semplicemente fantastica, uno scatto che considero una foto di gruppo PERFETTA.
Guardala in grande, prova a studiarne i particolari, nota come si riescono a vedere le persone.
Il fotografo si trovava esattamente dove era focalizzata tutta l’attenzione dei presenti in un istante che era allo stesso tempo agonisticamente importante ma anche curioso ed incredibile. Un emblematico caso di “decisive moment”.

Osserva le espressioni! Ci sono dei personaggi che, se isolati, valgono tranquillamente un ritratto a sé: uno per tutti il tipo sul lato destro con turbante e sigaro…
Troppo forte!

🙂

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ComposerIgorStravinskyNewYorkDecember11946

Conosci questa foto?
E’ il famoso ritratto del grande compositore Igor Stravinsky scattato nel 1946 da uno dei più importanti fotografi ritrattisti del novecento: Arnold Newman.

Newman è noto per aver immortalato moltissimi personaggi famosi: da Picasso a Marilyn Monroe, passando per Chagall, Dalì e tutti i presidenti americani da Truman in poi.
Il ritratto fatto a Stravinsky nel suo studio di New York è senz’altro una delle icone della fotografia del secolo scorso ed anche di quello che fu lo stile di Newman: il “ritratto ambientato”.“Le persone esistono nello spazio”, diceva il fotografo americano, riuscendo a trasmettere all’osservatore l’essenza dei suoi soggetti immergendoli nel loro ambiente naturale. Una sorta di geniale unione tra la tradizionale fotografia di ritratto e quella di reportage.
Sono sempre affascinato dal cercare di comprendere il percorso creativo seguito nelle fasi di realizzazione di una fotografia e qui  ho avuto la fortuna di trovare un interessante documento: la serie di scatti effettuati da Newman proprio in occasione della sessione con Stravinsky.
Si tratta di un insieme di quindici fotogrammi scattati il primo dicembre del 1946, proprio nello studio del compositore e da cui è tratta la foto che è divenuta così famosa.

Stravinsky_set

E’ un esempio molto interessante in cui si apprezzano i vari tentativi del fotografo alla ricerca dell’inquadratura migliore per realizzare uno scatto significativo.
Con i primi fotogrammi Newman esplora alcune soluzioni diverse, alla ricerca di quale possa essere la strada giusta.
All’inizio appare anche la moglie del compositore, poi si passa ad idee diverse, fino a quando il fotografo sembra trovare la chiave nella forma sinuosa del coperchio del pianoforte, che forse richiama in qualche modo le simbologie del pentagramma.
Si concentra e si avvicina al risultato finale negli ultimi quattro scatti, posizionando Stravinski ad un lato.
C’è poi la traccia evidente della valutazione effettuata a posteriori sulle immagini. Si vedono i segni di selezione delle “preferite” e la decisa scelta di quello che sarà il prodotto finale, compreso il particolarissimo taglio: un bel “crop” per dirla con i termini odierni.

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Si, 140 Megapixel.
Ti stai chiedendo se si tratta dell’ultimo modello Nikon o Canon?
O forse Hasselblad??

No. Come promesso in un recente post, oggi parlo ancora di quell’invenzione che segnò uno dei punti di partenza (anche se non l’unico) della storia della fotografia: il Dagherrotipo.

Dicevo appunto della incredibile qualità che raggiungevano le immagini realizzate con questa macchina, in special modo quando ad utilizzarla erano fotografi abili e molto attenti alla preparazione delle lastre.

Ecco qui sotto un esempio di scatto con Dagherrotipo tratto da un ottimo articolo che puoi trovare sull’edizione online della rivista Wired.

daguerrotype_shot

Si tratta di una foto che fa parte di una serie di magistrali scatti “panoramici” che Charles Fontayne and William Porter realizzarono nel porto di Cincinnati nel 1848.

Sotto puoi vedere l’ingrandimento 10x del dettaglio evidenziato nell’immagine originale.

zoom

Ma non è tutto. I piccoli dettagli visibili a questo livello di ingrandimento continuano ad essere nitidi anche passando ad osservare la foto con una lente macro 20X e lo restano anche sotto l’occhio di un microscopio, almeno fino ad ingrandimenti di 30X (!!!).

Facendo due conti quindi la foto potrebbe essere proiettata su una superficie di almeno 8 metri per 6 senza problemi di perdita di dettagli, siamo quindi davvero nell’intorno dei 140Mpixel…
…ed anche del 1850….

🙂

Thanks to Wired Magazine

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Parallelismi

Parallelismi – © Copyright 2010 Pega

A volte la foto nasce nella mente ben prima dello scatto.
Il fotografo la visualizza, la immagina chiaramente nella sua struttura, dettagli e magari anche titolo. E’ così che vorrebbe realizzarla.
Altre volte l’opera è come nascosta tra i tanti scatti più o meno istintivi che si sono fatti, magari sfruttando le potenzialità e la capacità quasi infinita delle memorie digitali. Mentre si scorre lo stream delle immagini se ne nota una che ci colpisce, su cui cominciamo a costruire delle idee e ci si rende conto che è quella giusta.
Si tratta di due approcci diversi a quella che è la creazione di una fotografia.
Il primo, più classico e tradizionale, legato all’atteggiamento che dovevano necessariamente avere i fotografi di un tempo, vincolati da macchine grandi e complesse da gestire, posiziona il momento creativo principalmente nella fase che prepara allo scatto.
E’ un processo che Ansel Adams chiamava di “previsualizzazione”, in cui si va a realizzare tecnicamente ciò che si ha già chiaro in testa.
Nel secondo caso il momento creativo tende ad essere posticipato.
A scatto eseguito, nella successiva fase di camera oscura o davanti al computer si comincia ad attingere a quelle tante immagini raccolte che rappresentano una sorta di materiale grezzo, da selezionare, trattare e plasmare con opportune scelte di taglio e “sviluppo” (postproduzione) che portano poi al prodotto artistico finale.

Due atteggiamenti, due percorsi creativi differenti ma entrambi validi ed attuali; per molti versi anche miscelabili. Lo stesso Adams descrisse nel suo libro “The print” l’importanza di una eventuale seconda fase creativa che può nascere in camera oscura.
E tu hai mai provato ad analizzare come crei le tue foto?
Dove senti di posizionare il tuo momento creativo?

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Modotti_TinaNella storia della fotografia c’è il nome di una donna italiana, nata ad Udine nel 1896: Tina Modotti.
Le sue immagini colpiscono per un’intensa carica umana ed emotiva, talento comunicativo ma anche ricerca stilistica.

La vita di questa artista è un romanzo. Emigrata giovanissima negli Stati Uniti, prima lavora in fabbrica poi grazie alla sua bellezza ed al marito, pittore Roubaix “Robo” de l’Abrie Richey, incontrato in ambienti di artisti ed intellettuali liberal, inizia a lavorare nel cinema degli anni venti come attrice. In questo contesto conosce il fotografo Edward Weston del quale diviene prima la modella preferita, poi l’amante.
Con Weston, dopo la morte del marito, si trasferisce in Messico dove, frequentando l’ambiente degli artisti di avanguardia, entra in una fase di forte impegno politico.
Fervente attivista e fotografa del Partito Comunista Messicano, viene espulsa dal paese e prima vaga per l’Europa poi si stabilisce a Mosca. Qui la sua vita si trasforma ancora, facendole coprire incarichi molto simili a quella di un’agente segreto, fino a portarla nel bel mezzo della guerra civile Spagnola, dove praticamente si ritrova ad essere una combattente.
Tornata in Messico nel 1940 sotto falso nome, la Modotti muore a Città del Messico nel 1942  in circostanze che da alcuni vengono considerate misteriose.

Mani su una pala

Mani su una pala -1927 Tina Modotti

Tra amori, arte e passione politica, è una figura che rimane decisamente poco convenzionale, che con le sue fotografie ci regala delle immagini intense e profonde, sicuramente arricchite da una talentuosa capacità di assimilare quella che era la preziosa vicinanza da un maestro come Edward Weston.

Ma le opere di questa fotografa non trovano universalmente la considerazione che meritano. Sarà per la complessa storia politica della sua vita, perché era italiana o semplicemente perché le donne hanno spesso maggiori difficoltà ad essere considerate per quello che riescono a creare. Forse i suoi scatti sono solo un po’ oscurati  da quei meravigliosi nudi di Weston per i quali lei si prestò come modella.

modotti_burattinaio

Burattinaio – 1929 Tina Modotti

Resta il fatto che il suo talento naturale e la preziosa frequentazione di grandi artisti (oltre a Weston Tina frequentò maestri del calibro di David Alfaro Siqueiros, Diego Rivera e Frida Kalho), alimentarono una passione che era nata nello studio fotografico del nonno Pietro ad Udine.
Un talento che si sviluppò producendo scatti meravigliosi, quasi tutti realizzati nel fervido e appassionato periodo messicano, quando insieme a Weston si stabilirono a Città del Messico e strinsero un patto: Tina lo avrebbe aiutato a gestire lo studio fotografico lasciandolo libero di dedicarsi solo a fotografare, lui le avrebbe insegnato i segreti del mestiere.

Un’artista complessa ed un po’ misteriosa, che sarebbe bello conoscere meglio.

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Freedom

Freedom - © Copyright 2010 Pega

Esattamente un anno fa scrivevo il primo post di questo blog, nato un po’ per gioco ma anche spinto dalla voglia di approfondire conoscenze e condividere punti di vista sulla fotografia (e non solo).

Un anno divertente ma anche impegnativo in cui ho visto, con mia meraviglia e sopresa, moltiplicarsi i lettori e la partecipazione.
E’ stato bello intervistare alcuni fotografi che stimo ed anche conoscerne molti di persona in occasione di eventi come lo Sharing Workshop e la Florence Photowalk.

Un anno fatto di 280 post, quasi 30.000 visite ed oltre 500 commenti. Cifre che non sono certo enormi ma che per me sono importanti e spingono a continuare, cercando sempre di portare idee e spunti di riflessione , con lo spirito di confrontarsi ed imparare.

Un grazie a tutti i lettori ma in particolare a chi mi ha dato una mano accettando con entusiasmo di essere intervistato, a chi segue regolarmente e commenta gli articoli, fornendo il prezioso contributo del proprio punto di vista e delle proprie esperienze.
A questo proposito ricordo a tutti che per essere sempre aggiornati è possibile usare i feed RSS o anche l’apposita funzione “Email Subscription” presente premendo il bottone “sign me up” nella colonna di destra, subito sotto alle foto flickr, che permette di ricevere la notifica via email dei nuovi post (l’indirizzo email rimane riservato ed è tutto gratis 🙂 ).
Un’altra funzione interessante introdotta di recente è la possibilità di condividere i post su Facebook o Twitter semplicemente con un click sui bottoni a fondo pagina.
Se un articolo ti è piaciuto prova ad utilizzare questa funzione per farlo leggere anche ad altre persone, non costa niente ed io te ne sarò davvero grato.

Bene. Spero di poter continuare ad averti tra i lettori e ti invito a non esitare ogni volta che vorrai intervenire per esprimere la tua opinione o critica, come ho detto molte volte questo blog è uno spazio aperto ad ogni contributo, come aperta ad ogni contributo è l’iniziativa dello Sharing Workshop di cui avremo un prossimo evento a breve e per cui ho in mente alcuni ulteriori sviluppi per il 2011.

A presto !

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Giulia

Giulia - © Copyright 2009 pega

Auto, moto, bus, bici, treni, aerei, navi, calessi, monopattini, slitte… chi più ne ha più ne metta…

Quotidianamente abbiamo a che fare con gli oggetti che ci permettono di spostarci, muoverci, viaggiare.
Si tratta di qualcosa che non di rado si presta bene a divenire il soggetto di qualche scatto interessante, e così per questo weekend ho pensato di invitarti a fare qualche foto proprio pensando ai mezzi di trasporto. 

Di sicuro non ci dovrebbero essere problemi ad averne a disposizione, ne siamo circondati. E così il fulcro della foto potrebbe anche essere nel rapporto, che a volte è di amore odio, che si ha con questi prodotti dell’ingegno umano.

Nel weekend prova a fotografare con occhio attento i normali mezzi di trasporto che hai intorno, oppure vanne a cercare qualcuno particolare, fanne comunque i protagonisti di qualche tuo scatto e poi, se vuoi, mostracelo postando un commento con il link alla tua foto.
Condividere con tutti i lettori del blog è divertente ed interessante e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.

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Clicca qui per visualizzare l’elenco di tutti i Weekend Assignment precedentemente proposti.

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Tatoopsy

Tatoopsy – © Copyright 2009 Pega

Tempo fa avevo postato alcune riflessioni a proposito dei titoli che diamo o meno, alle nostre fotografie. E’ un tema che mi piace e su cui ho una personale opinione. Sono convinto si tratti di un argomento che merita davvero attenzione e vedo che non sono l’unico a pensarla così.
Qualche giorno fa infatti mi ha scritto Salvatore Ambrosi, amico e lettore del blog , proponendo alcune riflessioni che voglio riportare qui:

“Un mio vecchio amico, fotografo e curatore di mostre, mi consiglia di non mettere il titolo alle fotografie. Motivo: “E’ roba che fanno i fotoamatori.”
Una volta non mettevo titoli alle foto. L’ho fatto quando ho cominciato ad inserirle su Fickr, perchè c’era un apposito spazio da riempire. Dapprima sono stati titoli descrittivi, in seguito li ho considerati un completamento dell’immagine, quasi una parte del loro trattamento.
Come hai scritto una volta in un commento, facendomi felice,”aggiungono spessore”. Un altro mio amico dice che “indicano una strada”.
Per contro devo riconoscere che nessuno dei grandi maestri ( tranne forse Duane Michals, ma le sue erano sequenze) ha dato un titolo a una fotografia che non fosse un’indicazione geografica e temporale.
Inoltre mi pongo la domanda: che differenza c’è tra la fotografia amatoriale e la fotografia d’autore? E chi è che giudica che un’immagine debba appartenere ad una o all’altra di queste categorie?
Ti affido queste domande e questi pensieri sperando che possano essere abbastanza interessanti come futuro argomento di discussione per il blog.
Io mi arrovello da diverso tempo su foto amatoriale e foto d’autore, vedo cose stupide che vengono celebrate, o per lo meno esposte come foto d’arte, e foto amatoriali, molto decenti, che vengono snobbate come poco interessanti. E qual’è il ruolo del critico ? E’ uno che guida o uno che imbroglia ?”

:-(+:-) :-)

😦 + :-):-) © Copyright 2009 Pega

Beh, Salvatore mi affida un argomento per niente semplice.
Io sono solo un appassionato, il mio background di conoscenze e cultura dell’arte è limitato, in sostanza sono semplicemente una persona curiosa che ama approfondire.
Di certo però ho una mia opinione ed eccola: per me non esiste alcuna differenza netta tra la foto amatoriale e quella d’autore, esiste piuttosto differenza tra la foto casuale e la Fotografia.

Cerco di spiegarmi meglio. Quando una persona decide di fotografare e mette nell’atto della creazione dell’immagine (che secondo me non si limita solo al momento dello scatto ma anche alle fasi successive di sviluppo o postproduzione) una sua volontà di creare qualcosa frutto della sua voglia di comunicare, del suo gusto estetico ed estro creativo, allora è Fotografia.
Chiunque fa Fotografia è un autore ed un artista.
La foto casuale “inquadra e scatta”, fatta senza pensare veramente a cosa si vuole realizzare, la foto ricordo, turistica o meno, quello che gli anglosassoni chiamano “snapshot” ed i puristi “istantanea”, molto spesso (anche se non proprio sempre) cade al di fuori da quella che personalmente considero “Fotografia”.

Detto questo poi nasce ciò che è la successiva storia del lavoro dell’artista, il successo che il pubblico gli riserva, l’eventuale apporto del fattore “notorietà” e l’attenzione che i “critici” gli dedicano. E si finisce in un terreno veramente impervio ed imprevedibile.

E’ davvero difficile essere sintetici sull’intera questione. Torno quindi intanto sul discorso del titolo.
Per me è prerogativa e diritto dell’artista dare il titolo alle proprie opere, esattamente come è suo diritto deciderne tutti gli astri aspetti di “postproduzione” analogica o digitale che sia.
Cosa hanno fatto i “grandi” (che in genere comunque hanno vissuto e prodotto le loro opere in un recente o lontano passato) secondo me conta davvero poco, specie se si vuole essere davvero liberi di creare.

Se l’autore pensa che il suo lavoro non abbia bisogno di titolo farà bene a lasciare i suoi scatti privi di aggiunte, se invece crede che il titolo possa in qualche modo completare l’opera… beh allora sarà importante lavorare anche su quello.

E per quanto riguarda i critici?
Davvero un bel tema… Ne parliamo in un prossimo post.

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Cielo Ipholaroidico

Cielo IPholaroidico - © Copyright 2010 Pega

In questo weekend voglio proporti di fotografare il tempo.
Il tempo meteorologico intendo.

E’ un soggetto perennemente a nostra disposizione, che si tratti di un temporale estivo, della nebbia mattutina o del sole che crea crepe nel terreno arido, possiamo decidere di sceglierlo come soggetto di qualche scatto.

Se segui questo blog sai che sono convinto dell’utilità di porsi ogni tanto una “missione” fotografica e provare a fare delle foto con in mente un certo tipo di risultato, credo veramente che sia un ottimo modo per coltivare la propria creatività ed anche le abilità fotografiche.
Il secondo passo è poi la condivisione con gli altri dei risultati di queste semplici missioni e per farlo non hai che da postare in un commento sotto il link al tuo album Flickr o a qualsiasi altra piattaforma di condivisione in cui avrai postato i tuoi scatti.

Bene, allora non resta che provarci. Nel weekend prova a fotografare il meteo, fanne il protagonista di qualche tuo scatto e poi, se vuoi, mostracelo.
Condividere con tutti i lettori del blog è divertente ed interessante e può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.

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