Perchè fotografi?
E’ una domanda forse solo apparentemente banale.
Qual’è la vera ragione di fondo che ti spinge ad interessarti di fotografia, a spendere tempo e denaro per questa passione? Cos’è che c’è davvero alla base?
Non sto parlando di “cosa significa per te la tua fotografia” , una domanda che fatta in un post di qualche tempo fa risultò in un curioso elenco di interessanti ed originali “significati”. Qui sto parlando di un livello ancor più profondo, quello a cui si trovano le motivazioni di base di una passione.
A volte non è facile autoesaminarsi perchè per farlo si devono sfiorare i limiti del nostro essere razionale e cercare di scrutare nell’inconscio che, si sa, non è così facilmente sondabile.
Stavo provando degli scatti con una vecchia macchina analogica. Niente di che, il mio soggetto era un portone nel centro storico di Firenze. Provo varie inquadrature, mi contorgo un po’ come a volte succede…
Incidentalmente, subito accanto al portone si trova una fiammante motocicletta sportiva.
Faccio per allontanarmi ed un ragazzino di giovanissima età, che ho stimato sui 10/12 anni, si avvicina dopo avermi osservato mentre scattavo e, probabilmente pensando che il mio soggetto fosse la moto, indica la macchina fotografica chiedendomi : “posso vedere come sono venute”?
Ho un attimo di esitazione, d’istinto quasi gli porgo il dorso nero della fotocamera ma poi ci penso, mi fermo e gli dico : “beh, non è possibile. E’ a pellicola”.
Il ragazzino mi guarda come se fossi un deficiente, o peggio un cretino che gli sta raccontando una qualche balla. Poi esclama : “Che cosa? Come sarebbe pellicola?” E senza nemmeno aspettare il mio tentativo di risposta si gira e se ne va…
Ho conosciuto musicisti alla perenne ricerca del suono perfetto, della qualità assoluta dell’audio nelle registrazioni. La loro ricerca di perfezione era tale da distoglierli quasi totalmente dal loro vero obiettivo: quello di produrre buona musica.
Per alcune persone, il perfezionismo è un qualcosa che ha uno stretto legame con la procrastinazione. L’autocritica e la preoccupazione di produrre qualcosa che gli altri non potranno denigrare può portare a non completare e produrre un bel niente.
E’ un caso che non credo di essere il solo a conoscere.
Ci sono un sacco di bravi fotografi che, presi in questa sorta di trappola, tengono il loro lavoro chiuso in un cassetto, aspettando eternamente che sia “perfetto” prima di pubblicarlo e renderlo visibile agli altri. In genere le motivazioni che vengono addotte sono sempre di natura tecnica e mai artistica, come se in qualche modo la tecnica contasse di più…
Quasi sempre il perfezionismo non è altro che procrastinazione ed insicurezza.
Spesso si sente dire che i grandi artisti sono dei perfezionisti.
Ecco, forse questo è uno di quei dettagli che li contraddistingue. Il riuscire a bilanciare la voglia di perfezione con il saper intuire quando accontentarsi ed esporsi. E forse anche la capacità di saper gestire gli aspetti tecnici in modo tale da impedire che divengano prevalenti o, peggio, un ostacolo alla creatività.
Canyon de Chelly Arizona - Copyright National Archives, Ansel Adams
Per chi ancora non avesse avuto occasione di vederle, segnalo le foto inedite di Ansel Adams che l’Interior Department Statunitense ha pubblicato di recente sul suo sito, dedicando alcune pagine ad un lavoro che nel 1941 fu commissionato al famoso fotografo che decise di intitolarlo “The Mural Project 1941-1942“.
Si tratta di 26 scatti eseguiti nel miglior stile di Adams, mostrati solo ora al pubblico in una esposizione visibile dal vivo nei corridoi del Dipartimento o, più facilmente cliccando qui .
Per chi volesse approfondire c’è anche un interessante video a questo indirizzo.
Sarà il segno dei tempi.
Siamo ormai assuefatti al polarismo, alla voglia di netta separazione tra giusto e sbagliato tra bene e male. E’ una faccenda piuttosto complessa, sicuramente non è alla portata di questo blog…
Guardando però il mondo della fotografia come se le sue caratteristiche di arte visiva la rendessero capace di riflettere molti fenomeni si vede, forse più che in altre forme di espressione, un incredibile sviluppo di queste “prese di parte”.
Tutti ne siamo più o meno coinvolti o testimoni.
Si va dalla patetica e perenne lotta Nikonisti contro Canonisti alle continue diatribe tra puristi dell’analogico e “tecnologici” del digitale. Poi c’è il conflitto tra chi sostiene che le foto vere sono solo quelle che non subiscono alcuna postproduzione e chi invece dice che la libertà deve essere assoluta e che se è il caso si può anche usare Photoshop per appiccicare il sole in una foto fatta di notte. Non tralasciamo poi la sfida tra i fautori della sola luce naturale contro quelli del flash, il grande contro il medio formato, Kodak contro Ilford, PC contro Mac ed infinite altre contrapposizioni più o meno serie.
Non sto dicendo che non si debba avere le proprie opinioni o che non si debba mai prendere una parte ma solo che a volte questa necessità di appartenenza viene vissuta con troppa importanza.
Alla fine queste diatribe si scoprono spesso sterili e noiose. Però ogni tanto ci si può anche divertire ad osservare come le persone, una volta aderito a qualcuna di queste “fazioni”, possano velocemente cambiare le loro azioni, argomentazioni ed addirittura frequentazioni.
Gironzolando per Youtube ho trovato questo semplice ma interessante video sul ritratto con flash.
Il bravo Dom Bower ci spiega in modo molto chiaro (anche per chi non è fluido con l’inglese) come si possono ottenere dei risultati apprezzabili nel ritratto, usando semplicemente uno o due flash.
Le differenze tra gli scatti sono evidenti.
La settimana scorsa proponevo una sorta di “assignment” , una missione fotografica per il week-end: un sorriso.
Non so se hai provato a realizzare questo tipo di scatti, non è sempre facile seguire un tema preciso ma personalmente trovo stimolante provare ad uscire con una sorta di missione. Aiuta ad “incanalare” l’attenzione ed assumere un atteggiamento fotografico più attivo…
Come diceva Ansel Adams : Don’t take pictures MAKE pictures.
Questo fine settimana prova a scattare con questo nuovo assignment : lo sfuocato o come va di moda chiamarlo ora : il bokeh.
Sfrutta lo sfuocato, fanne il vero protagonista della foto, usalo per esaltare il fascino di un soggetto.
Come per la scorsa settimana prova a pubblicare in un commento qui sotto il link alla foto sul tuo album online.
E’ interessante condividere. E può portare a vedere la tua foto visitatori che la apprezzeranno.
Ciao e buon weekend.
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Sono ancora disponibili un paio di posti per lo Sharing Workshop di Sabato 17 Aprile.
Per sapere di cosa si tratta invito a leggere qui la descrizione dell’iniziativa che è gratuita ed aperta a tutti. Chiunque è appassionato di fotografia, non importa il livello, è il benvenuto. Per partecipare basta scrivere a sharingworkshop@gmail.com
Oggi voglio parlare di un’altra tra le risposte che ho ricevuto alla domanda che qualche tempo fa feci sul post : “Una sola Fotografia”.
E’ il punto di vista di Angelo, che alla mia richiesta sul blog rispose con una mail semplice ed essenziale, contenete solo questa immagine :
Il rivoltoso sconosciuto di Piazza Tiananmen (@ Copyright Jeff Widener - Associated Press)
Si tratta com’è evidente di una delle immagini che ritraggono un rivoltoso, rimasto ad oggi sconosciuto, che durante le manifestazioni di protesta del giugno del 1989 in Piazza Tienammen a Pechino, fronteggiò da solo e disarmato una colonna di carri armati.
E’ una foto simbolo. Un’immagine potente ed intensa.
Probabilmente non serve aggiungere altro, ma ho voluto chiedere ad Angelo un suo breve commento che accompagnasse la sua scelta. Eccolo :
“Dare una motivazione scritta significa un po’ togliere del significato alla fotografia perché non sarei mai in grado di scrivere un testo capace di trasmettere le emozioni che ricevo guardando quella foto.
Usare delle parole per descriverla e motivarne la scelta è come togliere un po’ di fascino o spostare l’attenzione di chi la guarda in direzione del mio punto di vista.
Prima di mandare l’immagine ho pensato: “ora gli spiego il perché” e poi ho realizzato che quella foto è cosi’ potente che non è necessario spiegare…
L’ho scelta perché porta con sé tanto significato. Tanti concetti che qualcuno può dare per scontato ma che sono fondamentali. Quella foto è un inno alla libertà.
Probabilmente è questo il motivo per cui la voglio salvare. Perché senza la libertà non si possono nemmeno fare fotografie. E con questo potrei ricollegarmi alla campagna di Photography is not a Crime…”
Libertà…
I segni dell’erosione della libertà si iniziano a percepire anche quando si intaccano possibilità apparentemente secondarie come la libertà di fotografare…
Ne parlavamo giusto un paio di giorni fa…
Sì, lo confesso. Amo i titoli.
A volte mi catturano più delle immagini, a volte riescono a stravolgere l’idea e l’impressione che ricavo da una foto, e quasi sempre in meglio.
Sì lo so che non è poi così bene farsi influenzare dal titolo ma che ci vuoi fare, per me è così ed è una reazione istintiva, difficile da controllare e non sono d’accordo con chi sostiene che il titolo non andrebbe nemmeno preso in considerazione perché fa deviare dal senso profondo del gustare un’immagine.
Amo il titolo perché mi aiuta ad entrare in sintonia con il fotografo che ha scattato la foto , con il pittore che ha creato il quadro o il musicista che ha composto il pezzo. E poi del resto cosa sarebbe, ad esempio, la musica senza i titoli? Ma per me vale moltissimo anche per le arti figurative.
Il titolo è per me una parte essenziale dell’opera e rimango ogni volta deluso quando mi capita di vedere dei veri e propri capolavori fotografici intitolati “untitled” o peggio “DSC1123″……. Che peccato…
Temo si sia passato il punto di non ritorno.
Dalle nostre parti ancora la situazione non è totalmente compromessa ma specie nel Regno Unito, tra paranoie terroristiche, pedofilia e rancori repressi verso i paparazzi della principessa Diana, la questione della demonizzazione dei fotografi è arrivata ad un punto tale da consentire la promulgazione di leggi che impediscono di fatto la fotografia nei luoghi pubblici.
Non c’è da scherzare, leggi qui (UK) ma anche qui (USA).
La sensazione di un progressivo attacco alla libertà di fotografare è condivisa con chiunque mi capiti di parlare dell’argomento, anche in Italia andarsene in giro con una macchina fotografica al collo pare stia divenendo sempre più oggetto del sospetto altrui.
Insomma, il mio vecchio post “rose e rusco” è purtroppo sempre più attuale… di sicuro a Londra, dove di recente si sarebbe arrivati al punto di prendere di mira perfino i turisti, specie gli stranieri. E’ il caso di un signore austriaco che, in compagnia del figlio, è stato sorpreso dalla polizia a fotografare un importante obiettivo strategico, ovvero la stazione dei bus di Walthamstow.
La campagna “anti paranoia” é promossa dal British Journal of Photography.
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