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Archive for the ‘Culture’ Category

Daguerre

Louis Jacques Mande Daguerre

Erano gli albori della fotografia quando nel 1839 Louis Daguerre annunciò al mondo la sua invenzione denominata molto “modestamente” Dagherrotipo.

Si trattava in realtà del prodotto degli studi e delle prove che da alcuni anni stava conducendo insieme al suo socio Nicèphore Niepce, scienziato ed inventore, che però morì proprio poco prima del raggiungimento del successo finale: l’invenzione di una macchina che poteva catturare immagini.
Daguerre si prese tutto il merito ed anche tutti proventi di un brevetto che non esitò a registrare a suo nome.
In pochi mesi il manuale di istruzioni che accompagnava la macchina fu tradotto in ben 23 lingue ed il Dagherrotipo iniziò ad essere acquistato in ogni parte del globo da persone che volevano fare della fotografia la loro fonte di ricchezza.
Si ricchezza, perchè una vera e propria sete di ritratti di qualità divorava le borghesie e le piccole aristocrazie dei paesi che si stavano industrializzando, una gran quantità di persone poteva ora finalmente esaudire un desiderio che fino a pochi anni prima era riservato solo ai più facoltosi in grado di permettersi di pagare un bravo pittore.
DagherrotipoIl costo delle fotografie con il Dagherrotipo non era proprio alla portata di tutti ma questo non impedì il fiorire di questo business che faceva completamente capo a Daguerre, sia in termini di produzione delle macchine che di fornitura di tutto il necessario per utilizzarle.
Negli Stati Uniti il successo fu strepitoso e dagli archivi di Daguerre risulta che nel 1845 nel solo stato del Massachussets furono realizzate oltre 500.000 fotografie.
Sono numeri che oggi si consumano in un secondo ma che allora erano da capogiro, tanto che alla fine lo stesso Daguerre finì per andare in difficoltà e non riuscire più a gestire questo meccanismo vorticoso, scegliendo quindi di renderlo pubblico, donandolo allo stato francese che in cambio gli riconobbe un vitalizio.
Il funzionamento del Dagherrotipo era abbastanza complesso e si basava sulla preparazione di una lastra di rame su cui era steso un sottile strato di argento. Una volta perfettamente lucidata, la lastra veniva esposta a vapori di iodio che combinandosi con l’argento la rendevano sensibile alla luce e pronta per l’esposizione che tipicamente durava dai 3 ai 10 minuti.
Dopo si doveva passare subito alla fase di sviluppo che avveniva esponendo la lastra a dei vapori di mercurio.
Il prodotto finale era un’immagine positiva, quindi non riproducibile, ma di qualità altissima, talmente elevata da potersi considerare ancora insuperata.

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Sharing Workshop 2 by Alessandro Morandi

Photo by Alessandro Morandi - © Copyright All Rights Reserved

Nel primo Sharing Workshop dello scorso Aprile ci eravamo solo limitati alla fotografia, in questo abbiamo anche mangiato molto bene. 🙂

A parte gli scherzi, voglio davvero ringraziare tutti gli intervenuti a questa seconda edizione dell’iniziativa di condivisione fotografica che si è svolta Domenica scorsa presso il Rifugio Gualdo, a due passi da Firenze.

SharingWorkshop_GualdoA turno i partecipanti hanno esposto un tema : si è parlato del rapporto tra fotografia e pittura, di storia del ritratto, siamo stati coinvolti in una sorta di divertente challenge creativa alla ricerca di scatti a tema ispirati da canzoni e film famosi ed abbiamo visto come si lavora con photoshop per ottenere immagini altamente drammatiche.

Un intervento molto ispirato e particolare ci ha mostrato come si possa partire da una foto di altri per produrre una creazione artistica che riesce a fondere pittura e poesia.

Ma non è finita qui, ci siamo poi immersi nel mondo della “pareidolia” ( l’associazione creativa di forme umane o animali nelle immagini di oggetti inanimati ), e quindi risaliti agli albori della fotografia e delle tecniche usate nell’ottocento, per poi concludere con un intervento che ci ha illustrato le tecniche per ottenere splendide foto panoramiche.

SW2Una giornata stimolante ed intensa, in cui chi prima ha ascoltato si è poi messo in gioco per condurre una parte di questo Sharing Workshop #2.

Anche stavolta devo dire che è stato perfettamente colto da tutti lo spirito con cui ho voluto organizzare la seconda edizione di questa iniziativa : la voglia di creare un’occasione di scambio reciproco di conoscenze ed argomenti.

Un grazie particolare a chi si è sorbito alcune centinaia di chilometri per arrivare a Firenze e prendere parte a questo evento, portando i suoi interessi, la sua visione e le sue competenze.

Per vedere qualche foto del workshop nel pool dell’apposito gruppo su Flickr cliccare qui.

Un arrivederci alla prossima edizione !

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Se sei interessato a partecipare ad uno dei prossimi Sharing Workshop scrivi a : sharingworkshop@gmail.com

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Carl Zeiss Planar 50mm f0,7

In vari post precedenti mi è capitato di parlare di Stanley Kubrick.
Anche in questo.
Ne parlo di nuovo perchè mi sono imbattuto nella foto di un mitico obiettivo che il grande regista utilizzò per realizzare alcune tra le più belle immagini della storia del cinema. Mi riferisco alle scene di un film straordinario che, nonostante la lunghezza, credo di aver visto una decina di volte: Barry Lyndon.

Barry LyndonPer poter girare gli interni con solo luci di candela, senza dover utilizzare illuminazione artificiale che secondo lui avrebbe distrutto l’atmosfera intima con cui voleva coinvolgere lo spettatore, Kubrick riuscì a mettere le mani su un’ottica davvero speciale: un obiettivo Carl Zeiss Planar da 50mm con apertura f/0.7 (!!) che la NASA aveva realizzato per le missioni lunari Apollo.
Questo “supercinquantino” fu adattato alla cinepresa ed utilizzato con grande maestria, sfruttandone le doti di incredibile luminosità e gestendo magistralmente la ridottissima profondità di campo data dalla enorme apertura.
Fu un lavoro complesso e di grande precisione che, con in suo leggendario perfezionismo, Kubrick richiese a tutto lo staff. A partire dai tecnici che modificarono la cinepresa e realizzarono per lui un meccanismo di messa a fuoco precisissimo, agli operatori ed anche agli attori, ai quali fu chiesto di fare moltissima attenzione alla posizione: un piccolo spostamento avrebbe in molti casi causato deleteri effetti di sfuocatura.
Il risultato è un capolavoro della cinematografia e sceneggiatura, che rimane tale per la capacità di coinvolgere emotivamente lo spettatore con immagini che hanno lasciato il segno, un livello forse mai più raggiunto.
Un po’ come quei passi sulla Luna, mai più ripercorsi, per i quali era stato originariamente realizzato il “cinquantino spaziale”.

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Stanley Kubrick

Stanley Kubrick


Erano gli anni del primo dopoguerra quando il talento dell’appena diciassettenne Stanley Kubrick fu notato dal direttore della redazione della rivista americana Look, che gli assegnò come incarico una serie di reportage. 
Alcune di queste fotografie sono state esposte in varie mostre sia in Italia che in Europa e sono in buona parte stampate direttamente dai negativi originali appartenenti al corposo lavoro che Kubrick realizzò in giovane età e che adesso è custodito dalla Library of Congress di Washington e dal Museum of the City of New York.
È un tesoro di oltre 20.000 negativi.
Kubrick_Shoe_Shine_Boy

A tale of a shoe shine boy 1947- Copyright Stanley Kubrick


Kubrick_Montgomery Clift

Montgomery Clift, 1949 - Copyright Stanley Kubrick

E’ interessante osservare come lo stile richiesto ai suoi collaboratori dalla rivista Look fosse strettamente legato a quello che sarebbe stato il futuro di Kubrick.
La redazione di Look infatti desiderava dei reportage realizzati con un metodo narrativo sequenziale, come ad episodi, con scatti realizzati in ambienti e fasi diverse della giornata e delle attività del soggetto.
Un metodo che non appassionava molti dei fotogiornalisti dell’epoca ma che intrigò il futuro regista fino al punto di fargli escogitare anche qualche stratagemma per limitare “l’invadenza” della macchina fotografica e dell’attrezzatura, alla totale ricerca di espressioni reali ed emozioni vive.  

La passione per la fotografia e l’idea di farne una professione, accompagnò Stanley Kubrick per soli cinque anni, dal 1945 al 1950. Poi l’attrazione per il cinema e le immagini in movimento prese il sopravvento. Ma il talento ed il gusto estetico già presenti fin da giovanissimo rimarranno una costante di questo grande artista.

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Monday morning

Monday morning -© Copyright 2010 Pega

Tempo fa ho postato questa foto su Flickr.
Se dovessi descriverla ad una persona che non può vederla gli direi qualcosa del tipo: “è l’immagine di un ragazzo che schiaccia un pisolino al sole, disteso in una finestra”.
Forse non renderei l’idea ma questo è proprio il punto di questo post.
Come in tanti casi succede, quello che incuriosisce e colpisce in una foto è quello che non appare.
In questo scatto non si vede granchè dell’edificio, non si capisce a che altezza da terra si trova il soggetto: lo si immagina.
E l’immaginazione costruisce la sua storia. La foto diviene interessante e per alcuni divertente, in diversi commenti si avverte un po’ di preoccupazione per i rischi corsi da questo tizio.
Nonostante la prospettiva di ripresa dalla stessa altezza possa alimentare il dubbio di uno scatto sul piano stradale, l’osservatore raramente pensa ad una situazione di questo tipo.
Sarebbe noioso infatti immaginare il tutto in una finestra al piano terreno e l’idea comune che si sviluppa nella mente di chi guarda è che il ragazzo si trovi in alto, a chissà quale piano, rischiando la pelle per un pisolino.

E’ uno dei tanti casi che insegna quanto sia importante togliere, riuscire a limitare quello che si include nella foto.
Il “levare” stimola ed incuriosisce l’osservatore e, come nella musica, lo costringe ad essere partecipe, ad integrare quello che percepisce con qualcosa di suo, trasformando in qualche modo l’esperienza dell’osservazione passiva in una fruizione interattiva.
Non sempre è facile, ma spesso vale la pena di provarci.

Ah, stavo per dimenticare…
In realtà la foto sopra ritrae veramente un folle.
La finestra, proprio nel palazzo di fronte a dove mi trovavo, era al terzo piano.

:-O

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GriffithsSfogliando l’allegato che questo mese accompagna la rivista National Geographic, non ho potuto fare a meno di pensare che stavo facendo qualcosa che mi dava sensazioni molto simili a quelle che spesso mi capita di provare curiosando nell’album di qualche talentuoso utente su Flickr.

Annie Griffiths è una fotografa famosa, i suoi lavori compaiono sul National Geographic da decenni, descrivendo persone e luoghi con uno stile diretto ed una gran capacità di integrarsi e “mescolarsi”, anche emotivamente, con i suoi soggetti .

E’ una professionista di gran talento, ma quello che secondo me la rende davvero particolare è l’apparente semplicità dei suoi scatti.
Molte delle sue immagini ti fanno pensare qualcosa del tipo “una foto così, forse sarei in grado di farla anch’io” e credo che sia proprio questo il fascino di molti lavori di Annie ed anche il motivo che mi ha fatto associare l’esperienza dello sfogliare il suo fascicolo al visitare un album fotografico online.

Immagini tutte da gustare, anzi da fotodegustare. 🙂

Per vedere alcuni di questi scatti puoi cliccare qui per accedere direttamente alla pagina dedicata sul sito della rivista.

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George Bernard Shaw

George Bernard Shaw, London 1888 - Collection of the National Trust

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George Bernard Shaw, lo scrittore e premio Nobel Irlandese, non fu solo un drammaturgo, ma anche un grande appassionato di fotografia e lo testimonia una enorme collezione di oltre 20.000 sue foto che lasciò in eredità al National Trust.

Adesso sembra che questa associazione, che opera in difesa dei patrimoni culturali, stia ultimando la digitalizzazione e la successiva messa on line di questa notevole raccolta di stampe e negativi in cui lo stesso Shaw appare spesso come soggetto.

Shaw_4

GBS autoritratto con studio della luce - Collection of the National Trust

GBS si era molto interessato alla fotografia, sicuramente almeno a partire dal 1898 ed in questa collezione si va da autoscatti e studi sulla luce, a semplici immagini di momenti di vacanza, passando per  formali ritratti in studio di parenti e amici. Tra questi la bellissima attrice Patrick Campbell, con la quale ebbe una relazione, il compositore Edward Elgar ed il famoso esploratore antartico Capitano Scott.

Alcuni ritratti dello stesso Shaw, presenti nella raccolta, furono poi scattati da TE Lawrence, detto anche Lawrence d’Arabia.

I curatori del progetto si stanno ancora interrogando sull’opportunità di pubblicare o meno scatti così privati di una figura che tradizionalmente è sempre stata disegnata come seria e rigorosa, ma credo che alla fine prevarrà la voglia di rendere disponibile a tutti un tesoro di immagini così ricco di situazioni e figure emblematiche.

Shaw

Barca a vela sul Tamigi, 1906 - Collection of the National Trust

Posso scommetere che la collezione sarà pubblicata integralmente e potremo anche vedere il grande George Bernard Shaw in costume da bagno, tutto tranquillo a prendersi la tintarella sulla spiaggia 🙂

Non è ancora stato definito con  certezza ma probabilmente il sito da cui si potrà accedere alla visualizzazione della collezione sarà quello del National Trust.

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Parallelismi

Parallelismi – © Copyright 2010 Pega

A volte la foto nasce nella mente ben prima dello scatto.
Il fotografo la visualizza, la immagina chiaramente nella sua struttura, dettagli e magari anche titolo. E’ così che vorrebbe realizzarla.
Altre volte l’opera è come nascosta tra i tanti scatti più o meno istintivi che si sono fatti, magari sfruttando le potenzialità e la capacità quasi infinita delle memorie digitali. Mentre si scorre lo stream delle immagini se ne nota una che ci colpisce, su cui cominciamo a costruire delle idee e ci si rende conto che è quella giusta.
Si tratta di due approcci diversi a quella che è la creazione di una fotografia.
Il primo, più classico e tradizionale, legato all’atteggiamento che dovevano necessariamente avere i fotografi di un tempo, vincolati da macchine grandi e complesse da gestire, posiziona il momento creativo principalmente nella fase che prepara allo scatto.
E’ un processo che Ansel Adams chiamava di “previsualizzazione”, in cui si va a realizzare tecnicamente ciò che si ha già chiaro in testa.
Nel secondo caso il momento creativo tende ad essere posticipato.
A scatto eseguito, nella successiva fase di camera oscura o davanti al computer si comincia ad attingere a quelle tante immagini raccolte che rappresentano una sorta di materiale grezzo, da selezionare, trattare e plasmare con opportune scelte di taglio e “sviluppo” (postproduzione) che portano poi al prodotto artistico finale.

Due atteggiamenti, due percorsi creativi differenti ma entrambi validi ed attuali; per molti versi anche miscelabili. Lo stesso Adams descrisse nel suo libro “The print” l’importanza di una eventuale seconda fase creativa che può nascere in camera oscura.
E tu hai mai provato ad analizzare come crei le tue foto?
Dove senti di posizionare il tuo momento creativo?

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Modotti_TinaNella storia della fotografia c’è il nome di una donna italiana, nata ad Udine nel 1896: Tina Modotti.
Le sue immagini colpiscono per un’intensa carica umana ed emotiva, talento comunicativo ma anche ricerca stilistica.

La vita di questa artista è un romanzo. Emigrata giovanissima negli Stati Uniti, prima lavora in fabbrica poi grazie alla sua bellezza ed al marito, pittore Roubaix “Robo” de l’Abrie Richey, incontrato in ambienti di artisti ed intellettuali liberal, inizia a lavorare nel cinema degli anni venti come attrice. In questo contesto conosce il fotografo Edward Weston del quale diviene prima la modella preferita, poi l’amante.
Con Weston, dopo la morte del marito, si trasferisce in Messico dove, frequentando l’ambiente degli artisti di avanguardia, entra in una fase di forte impegno politico.
Fervente attivista e fotografa del Partito Comunista Messicano, viene espulsa dal paese e prima vaga per l’Europa poi si stabilisce a Mosca. Qui la sua vita si trasforma ancora, facendole coprire incarichi molto simili a quella di un’agente segreto, fino a portarla nel bel mezzo della guerra civile Spagnola, dove praticamente si ritrova ad essere una combattente.
Tornata in Messico nel 1940 sotto falso nome, la Modotti muore a Città del Messico nel 1942  in circostanze che da alcuni vengono considerate misteriose.

Mani su una pala

Mani su una pala -1927 Tina Modotti

Tra amori, arte e passione politica, è una figura che rimane decisamente poco convenzionale, che con le sue fotografie ci regala delle immagini intense e profonde, sicuramente arricchite da una talentuosa capacità di assimilare quella che era la preziosa vicinanza da un maestro come Edward Weston.

Ma le opere di questa fotografa non trovano universalmente la considerazione che meritano. Sarà per la complessa storia politica della sua vita, perché era italiana o semplicemente perché le donne hanno spesso maggiori difficoltà ad essere considerate per quello che riescono a creare. Forse i suoi scatti sono solo un po’ oscurati  da quei meravigliosi nudi di Weston per i quali lei si prestò come modella.

modotti_burattinaio

Burattinaio – 1929 Tina Modotti

Resta il fatto che il suo talento naturale e la preziosa frequentazione di grandi artisti (oltre a Weston Tina frequentò maestri del calibro di David Alfaro Siqueiros, Diego Rivera e Frida Kalho), alimentarono una passione che era nata nello studio fotografico del nonno Pietro ad Udine.
Un talento che si sviluppò producendo scatti meravigliosi, quasi tutti realizzati nel fervido e appassionato periodo messicano, quando insieme a Weston si stabilirono a Città del Messico e strinsero un patto: Tina lo avrebbe aiutato a gestire lo studio fotografico lasciandolo libero di dedicarsi solo a fotografare, lui le avrebbe insegnato i segreti del mestiere.

Un’artista complessa ed un po’ misteriosa, che sarebbe bello conoscere meglio.

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Alessia e la palla

Alessia e la palla - © Copyright 2008 Pega

Beh ormai ci siamo quasi.
Tra un paio di settimane ci troveremo con un piccolo gruppo di persone per quella che è la seconda edizione di un’iniziativa nata dalle righe di questo blog.
Lo Sharing Workshop  è imparare condividendo, incontrare altri fotografi con la stessa passione, voglia di mettersi in gioco e di socializzare, mettendo in pratica il simpatico detto : “se vuoi davvero conoscere qualcosa prova a spiegarlo agli altri“.
I partecipanti appartengono a livelli di esperienza fotografica e fasce di età diverse e, come per lo scorso workshop, qualcuno si sobbarca svariate centinaia di chilometri per venire.

Anche questa volta però sono rimasto sorpreso da quante persone mi abbiamo scritto interessate a partecipare ma solo come ascoltatori, perchè intimidite dal fatto di dover parlare e gestire una loro parte di workshop.
La trovo una cosa davvero strana.
Quello che mi incuriosisce è come nell’era in cui molti usano strumenti che consentono di esporre quotidianamente al mondo intero immagini, pensieri e dettagli della propria vita, le stesse persone poi trovino invece difficoltà a parlare di un argomento che appartiene alla loro passione davanti ad un piccolo gruppo di amici “dal vivo”.
Certo, tutti abbiamo la nostra dose di timidezza e riservatezza, tutti esitiamo quando dobbiamo metterci un po’ in gioco, ma qui si tratta di una paura strana, eccessiva, su cui invito a ragionare sul serio.
E’ un po’ come ciò che impedisce di approcciare una persona da cui si è attratti, regalando a questa subdola sensazione il potere di impedire tutto quello che potrebbe accadere invece facendosi avanti.

Personalmente, una volta resomene conto, cercherei ogni via ed ogni occasione per liberarmi di questo limite.

Beh, in ogni questo evento è ormai al completo e l’appuntamento è con i partecipanti a Firenze il 19 settembre per lo Sharing Workshop#2.

Farò del mio meglio per  postare poi sul blog un breve resoconto e qualche immagine e provare a condividere l’esperienza con tutti.

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