Vuoi fare uno scatto veramente supervisitato che le persone accorreranno a vedere e taggare ?
Beh, allora prova a far qualcosa di simile a quello che si può trovare sul sito del festival di Glastonbury dove è stata scattata una mega foto al pubblico presente: circa 70.000 persone.
La foto, una panoramica di quasi 180 gradi e 75 mila pixel di ampiezza, ha una qualità che permette lo zoom fino a potersi facilmente riconoscere e “taggare” on line, cosa che è già stata fatta da oltre 5.600 partecipanti.
Come se non bastasse il sito Glastotag è interfacciato con Facebook e questo rende davvero notevole la viralità dell’iniziativa.
E’ l’emozione che conta.
L’espressione di un sentimento o una sensazione.
Non importa se quell’immagine non è tecnicamente perfetta, se il fuoco o l’esposizione non sono come li avresti voluti, la fotografia è comunque viva, ha il potere di comunicare e prende forma assumendo una sua personalità.
Credo che la constatazione di quanto sia importante questa espressività, sia un’esperienza che accomuna chiunque si interessi di fotografia.
Ci sono scatti di grandi maestri che presentano innumerevoli difetti e grossolane violazioni di quelle che vengono chiamate “regole”, ma la loro carica espressiva è tale da spazzare via tutte le “distrazioni” tecniche per lasciare solo il posto all’emozione.
Qualche volta anche a tutti noi può succedere qualcosa di simile. Sono sicuro che è successo anche a te.
Non so se il merito si possa dare alla passione, alla preparazione o alla fortuna. Quel che è certo è che quando capita uno scatto che “vive” nonostante i suoi evidenti difetti… è una bella sensazione.
No, non sono passato al lato oscuro della fotografia… almeno non ancora… 🙂
Lo so, suona decisamente dark ma in realtà EVIL è solo l’acronimo per “Electronic Viewfinder Interchangeable Lens” ed è una tipologia di macchine fotografiche di cui, sono convinto, sentiremo molto parlare.
Oggi chi vuole una fotocamera digitale dalle caratteristiche professionali o almeno semi professionali tipicamente sceglie tra le tante buone reflex presenti sul mercato.
La scelta della reflex è dovuta a molti fattori ma, in particolare, ad alcune caratteristiche che oggi solo acquistando questa tipologia di macchina si possono avere contemporaneamente, come la dimensione e qualità del sensore, un mirino accurato ed un sistema di ottiche intercambiabili.
I problemi che ogni possessore di reflex però rileva sono gli stessi presenti fin dai tempi della pellicola : ingombro, pesantezza, rumorosità dello scatto.
La generazione “EVIL” sembra andare a scalfire questo dominio quasi incontrastato della reflex, proponendo macchine di livello elevato, dotate praticamente di tutte le caratteristiche desiderabili, comprese le lenti intercambiabili ed un mirino che utilizzando piccoli monitor ad altissima risoluzione può eguagliare (ed in qualche caso anche superare) la precisione e la fruibilità del mirino reflex classico.
Tutto questo eliminando l’intero meccanismo dello specchio, ottenendo quindi dimensioni molto compatte e notevole silenziosità di scatto.
Olympus e Panasonic Lumix sono state le prime aziende a lanciare sul mercato questo tipo di macchine mentre Sony sta proprio in questi giorni svelando la sua Alpha NEX-3.
Canon e Nikon sembravano stare alla finestra ma voci insistenti dicono che Nikon presenterà la sua EVIL al prossimo Photokina 2010 a Colonia.
Ieri sera mi accorgo di una gran quantità di traffico sul blog, un picco di visitatori molto superiore alla norma.
Non riuscendo bene a capire quale potesse esserne la ragione, controllo le statistiche di accesso e noto che ci sono un paio di siti, a me sconosciuti, che stanno inviando su pegaphoto.com un sacco di lettori.
Ebbene, vado a vedere e scopro che questi web riportano, linkando al mio blog, la notizia della morte di Herbert Hoffmann.
Su di lui avevo scritto, tempo fa, un breve post contenente questo suo ritratto che gli avevo fatto al 2009 Florence Tatoo.
Mentre lo stavo fotografando all’evento non avevo idea di chi fosse, ma affascinato dal personaggio ed incuriosito dalle attenzioni che gli venivano riservate, avevo fatto qualche ricerca e capito che si trattava di una persona speciale.
Era il più anziano maestro tatuatore in attivià del mondo, le sue opere ed il suo approccio sono stati il punto di riferimento di moltissimi artisti, rimanendo molto amato e rispettato anche in un mondo in continuo cambiamento ed evoluzione come quello della body art.
Herbert sen’è andato a novanta anni, lasciando una traccia che può essere raccolta ed apprezzata anche da chi, come il sottoscritto, è totalmente al di fuori dal settore del tatoo
La sua era una visione semplice e genuina del mondo dei tatuaggi, una visione che può facilmente essere estesa a tutto il resto, fotografia compresa.
E’ l’approccio di un artista saggio e sincero che voglio riportare come feci nel precedente post citando proprio le sue parole.
Ciao Herbert, riposa sereno.
“Chi è estraneo al tatuagge sio spesso vede solo corpi deturpati o raramente abbelliti da tatuaggi incancellabili che evocano sofferenze fisiche e rischi di infezioni…ma per chi si tatua non è così.
Nessuno si tatua per diventare più brutto,nè per masochismo! Chiunque si tatua, lo fa per dare a se stesso qualcosa di più: per essere più bello, per sentirsi e apparire più forte, più sexy, per dar sfogo a un dolore, un lutto, una gioia, un amore, per scongiurare una paura, un pericolo o per gioco… Ci si tatua per esprimere i sentimenti più seri e profondi e per quelli più superficiali e frivolie…perchè no?, per rivendicare il proprio diritto al gioco.
Non ho mai incontrato qualcuno che si tatuasse per farsi del male! Spesso i tatuaggi che vediamo per strada non sono proprio bellissimi, questo però dipende dalla disinformazione a dal cattivo gusto dilagante, non da un intento autolesionista.
Oggi sono brutti i vestiti, la moda, le automobili, le case, la pittura..e sono brutti molti tatuaggi…solo un’informazione corretta e libera da pregiudizi e luoghi comuni può insegnare a distinguere quelli belli da quelli brutti e aiutare a capire che un bel tatuaggio è un tatuaggio che ti rende più bello.”
(Herbert Hoffmann)
Lo avevo promesso ai partecipanti del primo e sono felice di poter annunciare il secondo. Il prossimo Sharing Workshop si svolgerà Domenica 19 Settembre a Firenze.
Se non sai di cosa si tratta ti invito a visitare l’apposita pagina dedicata a questa iniziativa che è aperta a tutti gli appassionati di fotografia.
La formula di questo secondo evento ricalcherà quella del primo, svoltosi lo scorso 17 Aprile a Villa Petraia ma, a differenza del precedente, si svolgerà sull’arco dell’intera giornata, prevedendo quindi anche una meritata pausa pranzo tutti insieme.
Negli Sharing Workshop ogni partecipante è sia fruitore che protagonista, perchè l’incontro viene suddiviso in brevi sessioni di circa 20 minuti in cui, a turno, ognuno prende la parola ed espone per gli altri un suo argomento a tema fotografico.
Se intendi partecipare sappi quindi che potrai parlare di ciò che vuoi, non importa a che livello, tutti gli argomenti sono graditi ed assolutamente ben accetti purchè attinenti alla fotografia.
La partecipazione è gratuita ma limitata ad un numero massimo otto (8) persone.
Non ci sono vincoli di età o livello tecnico. Se sei interessato potrai partecipare indipententemente dal fatto che tu sia un principiante o un professionista, l’importante è comprendere lo spirito dell’iniziativa : tutti possono imparare da tutti.
Per iscriverti manda una e-mail a sharingworkshop@gmail.com indicando, possibilmente, su quale argomento vorrai svolgere la tua sessione di workshop.
Dettagli sull’orario ed il punto di ritrovo saranno poi comunicati a tutti gli iscritti all’approssimarsi della data.
Tutti facciamo un sacco di scatti.
Specie chi fotografa in digitale si trova ad accumulare migliaia di immagini, a volte decine di migliaia.
Questa gran quantità di lavoro però, proprio come succedeva (e succede ancora) a chi si ritrovava con scatoloni pieni di negativi mai stampati, non ha un gran futuro finchè non raggiunge uno stato di “prodotto finito” e “lascia il nido”… divenendo fruibile agli altri.
Che tipo di futuro riservi ai tuoi scatti? Lasci che si ammucchino in scatoloni (reali o virtuali) o li condividi, li fai vivere nel mondo?
Sicuramente uno dei percorsi più semplici per permettere ai nostri lavori di raggiungere un minimo di possibili fruitori sia quello della condivisione online. Flickr, DeviantArt o lo stesso Facebook sono piataforme che non hanno bisogno di presentazioni.
Ma trovo che la sola pubblicazione digitale, sebbene assolutamente dignitosa rispetto allo stoccaggio, sia comunque una forma incompleta… o quanto meno ridotta.
Credo che il vero completamento per una foto sia la stampa.
Ma non è tutto.
Una pila di foto stampate è ancora come una cucciolata in uno scatolone, questi “piccoli” devono essere accompagnati all’esterno, si deve fare in modo che le nostre foto incontrino dei nuovi proprietari. Solo così le nostre foto avranno veramente un futuro.
Proponile per la pubblicazione, vendile sul tuo sito oppure al mercatino, o anche regalale a chi dimostra di apprezzarle.
Le tue foto probabilmente meritano molto di più che ammuffire in un hard disk o in uno scatolone in cantina.
Vorrei prendere un volo per Seattle, sciropparmi 30 ore tra andata e ritorno solo per andare a stringergli la mano.
A chi? A Chase Jarvis.
Jarvis è un fotografo americano che ha prodotto immagini e servizi pubblicitari per nomi come Volvo, Nikon, Sandisk e molti altri.
In questo video dimostra di aver tranquillamente abbandonato quello che da noi è ancora il frequente atteggiamento di chiusura di molti professionisti (e non) che, anche a livelli molto più bassi, si ostinano a “tenere tutto per se” senza aver capito che la più grande risorsa del futuro, e non solo per quanto riguarda la fotografia, è la condivisione.
Chase Jarvis ci regala il racconto completo e dettagliato di qual’è il suo workflow di gestione dei files delle immagini e con la collaborazione dei membri dello staff del suo studio ci mostra come viene effettuato il trasferimento ed il backup “ultrasicuro” di tutto il loro lavoro.
E’ un video in inglese, forse un po’ ostico per chi non si trova tanto bene con questa lingua ma le immagini ed anche le animazioni sono molto chiare, e ci consentono di sbirciare tra dettagli e “segreti” di uno studio fotografico di alto livello professionale. Non è una cosa da poco.
In questo caso ci viene fatto vedere quanta organizzazione ed attenzione viene dedicata alla conservazione ed allo stoccaggio dei prezioni files di immagini e video prodotti. Un tema che ci interessa MOLTO da vicino… si sa : BACKUP rules!
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Un grazie di cuore 🙂
Un mio precedente post “cacciatori e cuochi” ha generato una piccola ma interessante serie di commenti oltre a qualche piacevole chiacchierata “live” fatta con persone che seguono il blog ma che ho anche il piacere di incontrare dal vivo.
Quello che sempre emerge è che ognuno di noi ha una propria visione, un personale approccio all’attività fotografica. Ogni fotografo interpreta la creazione di immagini secondo schemi suoi, a volte più o meno collegati a quelli che sono, o sono stati, personaggi o movimenti artistici in campo fotografico.
Ho notato che quasi sempre ricorrono due definizioni in cui molti si riconoscono: quella di fotografo e quella di artista.
In questo senso questo post è un po’ il seguito del precedente: qui si tratta di definizioni ancora più generali che dividono le persone in due gruppi, o forse è meglio dire in tre, dato che le due cose non si escludono a vicenda.
Chi si considera più “Fotografo” è accomunato da caratteristiche che tipicamente sono quelle della ricerca e della capacità di saper trovare o anche catturare.
Coloro che invece si sentono più di appartenere alla categoria dell'”Artista” (ed qui apro una parentesi per invitare tutti a lasciar perdere banali ipocrisie ed usare questo termine liberamente dato che CHIUNQUE può essere davvero un artista) sono più è caratterizzati dalla tendenza ad immaginare e creare.
Nonostante qualche presa di posizione o dichiarazione falsamente modesta, credo che molti di noi in realtà siano degli “artisti fotografi”, appassionati a questi aspetti (ricerca, cattura, immaginazione e creazione) in modo più o meno bilanciato a seconda delle inclinazioni personali.
Si va da chi è interessato alla sola fase fotografica, a chi prova massima soddisfazione nel portare il lavoro ad uno stadio di “prodotto finito” controllandone la creazione, caratteristica tipica del processo artistico. Questi aspetti di ricerca, cattura, immaginazione e creazione non sono quindi altro che le fasi creative attraverso cui passa la nostra fotografia prima di arrivare al suo status finale.
C’è una frase che Cartier Bresson disse a proposito del suo approccio alla fotografia: “Una volta che la foto è scattata non sono tanto interessato a cosa succede dopo. Del resto non tutti i cacciatori sono cuochi”.
E’ il punto di vista di un grande maestro, sicuramente rispettabile ma che personalmente trovo spesso innaturale da condividere.
Di sicuro l’attimo dello scatto, “l’istante decisivo”, come lo chiamava Bresson, è un elemento portante di molte fotografie, ma non sempre.
A volte la “creatura” viene soltanto concepita in quel momento. Poi deve svilupparsi, modificarsi, crescere e maturare, nelle fasi che seguono.
Dalla scelta del taglio al trattamento di sviluppo, nella tradizionale camera oscura o nei processi digitali, il fotografo nella veste di cuoco e non più di cacciatore, continua ad esercitare la sua spinta creativa, fino a tirar fuori l’opera finale.
E’ uno dei tanti esempi di come si possa affrontare la fotografia in tanti modi diversi, secondo differenti filosofie ed approcci.
Il bello è che nessuno di questi deve per forza escluderne un altro e si può tranquillamente, ed anche contemporaneamente, esplorare terreni molto diversi, crescendo e divertendosi.
E’ così che, nonostante il mio personale punto di vista, che non è da esclusivo cacciatore come dice Bresson, sto comunque divertendomi un sacco con il mio IPholaroid project…
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